Accoglienza e Convivenza – di Marco Pacciotti

Il Corriere della Sera affida l’apertura del dibattito sul superamento della Bossi-Fini a una delle sue firme più prestigiose, e lo fa in prima pagina. Segno che la questione posta, con buona pace della Lorenzin ed altri che la derubricarono come non prioritaria, sia invece percepita da questa testata come importante.

Merito del PD aver posto la questione e il fatto che la “sfida” sia raccolta , con l’intenzione da parte dell’editorialista di farlo nel merito e fuori da schemi ideologici.

Dell’articolo titolato “ TROPPE IPOCRISIE SUGLI IMMIGRATI” di Panebianco apprezzo la tempestività e il coraggio di voler aprire un dibattito, ne condivido anche l’attenzione posta sul tema di quale immigrazione vogliamo in Italia, molto meno invece ne condivido analisi e proposte, anche se accennate e ovviamente volte a provocare una discussione puntuale sul tema. Una discussione però che alimentata da proposte e analisi che risentono di vecchie impostazioni di parte e che assumono , nonostante gli intenti dichiarati del giornalista, un profilo di parte.

L’assunto centrale in primis mi sembra tanto “accattivante” nel catturare l’attenzione dei lettori, quanto sbagliato di fondo. Ovvero che accoglienza e convivenza siano in contrapposizione e che compito dello Stato non sia quello di avere nell’accoglienza come uno dei criteri ispiratori delle proprie politiche sociali. Questa osservazione rimanderebbe a una più ampia riflessione sullo Stato e la sua utilità. Diciamo che la nostra Costituzione, l’idea di Stato come contratto sociale e anche diversi trattati internazionali ci “suggeriscono” l’idea che gli Stati come forma organizzata di società servirebbero anche a garantire la convivenza civile fra individui, armonizzandone bisogni e ambizioni grazie alle Leggi. Cambiando la società nei secoli per composizione interna agli Stati, e restando ferma l’esigenza di promuovere convivenza è giusto ritenere che accogliere chi è già qui, nel migliore dei modi possibili, sia una opportunità per tutta la comunità. Non si tratta di “giustificare l’immigrazione” come dice Panebianco, poiché parliamo di un processo storico millenario, quasi antropologico, che la globalizzazione ha rafforzato nelle tendenze rendendo i confini più vicini. Semplicemente prendere realisticamente atto che abbiamo l’immigrazione che ci meritiamo. Una provocazione la mia? Forse. Voglio dire che augurarsi di avere una immigrazione di qualità è allo stesso momento giusto e miope al momento. Perché? Perché questa immigrazione già esiste e se non riusciamo a renderla “conveniente” è per nostra colpa, non certo delle persone qui venute da oltre 140 nazioni. Se qualcuno andasse a rileggere i tanti rapporti fatti anche recentemente sulle qualifiche dei migranti nel nostro paese, ci renderemmo conto che non abbiamo bisogno di graduatorie a punti per professionisti, ingegneri o laureati, perché molti di quelli già presenti in Italia lo sono già. Non tutti sicuramente ma molti., è abbastanza facile incontrare operai, braccianti o badanti diplomati o laureati, e con buona pace di chi scrive l’articolo questo livello di istruzione non è ad appannaggio di nessuna confessione religiosa particolare.

Il motivo della sottovalutazione di questo enorme bacino di risorse umane già presenti in Italia è in primis da ricondurre a un sistema di riconoscimento dei titoli di studio bizantino e ostativo e poi a un sistema economico che da anni taglia su ricerca e innovazione. Due settori strategici per attrarre “cervelli” da fuori o per impiegare adeguatamente quelli già presenti. A dirla tutta molti ragazzi che qui si formano sono poi costretti ad andare altrove per veder riconosciuti i loro sforzi e talenti. Si registra cosi negli ultimi anni una pauperizzazione di risorse umane e la ripresa di una emigrazione verso l’estero di giovani italiani formati e talentuosi. Quindi perché e dove dovrebbe avvenire questa immigrazione di cervelli verso l’Italia? Una domanda retorica la mia, che serve a mettere a fuoco la necessità per il sistema Italia di tornare a d investire in quei settori trascurati e strategici, in caso contrario avremo comunque una immigrazione in Italia che almeno per i primi anni di permanenza sarà occupata in settori produttivi di basso profilo, ma non per la qualità scarsa dei migranti ma perché questa è l’offerta rimasta inevasa fra gli italiani. A queste mie brevi considerazioni sistemiche, si aggiunga il fatto legislazione vigente che dovrebbero normare e facilitare questo tipo di immigrazione è impostata esattamente in chiave opposta, svuotando ad esempio di ogni efficacia quella concertazione necessaria fra Regioni e parti sociali al fine di far incontrare domanda e offerta su una base programmata quantitativa e qualitativa.

Questa è l’ennesima buona ragione per chiedere (non l’unica) per chiedere senza ipocrisie che la Bossi-Fini venga finalmente superata. Perché oltre ad essere vessatoria per molti aspetti odiosi che la caratterizzano, risulta anche inefficace e dannosa per l sistema produttivo ed economico da cui parte Panebianco per aprire la discussione. Non riesce quindi a realizzare una “convenienza”.

Come sappiamo la “convenienza” anche in campo economico esiste ed è enorme, garantisce la tenuta del nostro sistema produttivo nei servizi e nelle imprese medie e piccole, il nerbo del sistema economico. Ma sicuramente le potenzialità restano largamente inespresse e la colpa è da imputare al sistema economico e legislativo, non alla scarsa qualità delle risorse umane. Su questo bisogna far chiarezza, altrimenti la discussione diventa apologetica da una parte e scarica colpe su altri.

Infine la mia netta contrarietà, questa si ideologica, a una logica selettiva dei lavoratori stranieri su base confessionale come criterio facilitatore presunto di integrazione. In questo però la nostra Costituzione mi sostiene…e anche la quotidianità.

Marco Pacciotti