Al Cinema
Uno spazio per i films che affrontano queste tematiche.
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Iniziamo da Welcome, di Philippe Lioret.
Recensione di Simone Siliani.
Ecco un film importante, uno di quelli che dovremmo portare i nostri figli a adolescenti a vedere: Welcome di Philippe Lioret, con Vincent Lindon e Firat Ayverdi. Un film che dovrebbe essere mostrato al Ministro Maroni, al Ministro Calderoli, ai sindaci di alcuni Comuni del nord come Coccaglio e a tutti coloro che ritengono che il reato di clandestinità sia una conquista di civiltà o che renda più sicuro un paese. Comunque un film che far vedere a chi alza le spalle e pensa che la questione dell’immigrazione o dei segnali di piccolo razzismo quotidiano non siano affar loro. La storia comincia così, con Simon Calmat, maestro di nuoto, che di fronte al brusco allontanamento da un negozio di due immigrati, si volta dall’altra parte e prosegue il suo cammino. Fin quando incontra Bilal, un ragazzo di 17 anni curdo, clandestino in Francia, che vuole andare in Inghilterra per ritrovare la sua ragazza e che si convince che solo attraversando la Manica a nuoto potrà riuscire. La Francia di Calais è una marca di frontiera, dove è dispiegata una imponente macchina di polizia per fermare l’immigrazione. Ci sono state polemiche in Francia perché la parola rastrellamento (rafle) utilizzata per descrivere le azioni di polizia contro i clandestini, rievoca il pétainismo antisemita. Sarà, ma la macchina di investigazioni, irruzioni della polizia nella casa di francesi e della delazioni, non può non far pensare ai prodromi di un regime quantomeno illiberale.
La Francia di Calais è l’Italia di Berlusconi qualche anno dopo, quando si sarà pienamente dispiegato l’effetto corruttivo del costume pubblico introdotto insieme al reato di clandestinità. E’ una società non più sicura bensì più violenta; non più coesa, bensì più egoista; una società meno gentile; più intransigente verso i deboli (anche verso gli autoctoni, come il protagonista Simon che finirà in seri guai giudiziari per aver aiutato un clandestino). Quando ci si accorge che la società è diventata così, è già troppo tardi: il tarlo del razzismo, dell’esclusione, del sospetto dell’uno verso l’altro si è già insediato nel profondo. Avremmo dovuto combatterlo quando era ancora in superficie; ma, in quel momento, si tendeva a sottovalutare, a ritenere che si trattava solo di qualche discorso di qualche esagitato, oppure folclore politico, oppure peggio si tendeva a giustificare certi estremi in funzione dell’effettivo disordine apportato dagli immigrati, dai “diversi”.


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