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A bocce ferme: una considerazione sui fatti di Rosarno

January 28th, 2010 admin Leave a comment Go to comments
A bocce ferme (di Francesca Pacchini)
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Intervengo solo oggi con una considerazione sui fatti di Rosarno. Oggi che, a “bocce ferme”, a mente fredda ne possiamo parlare in maniera più pacata, provando magari anche a fare una riflessione di più largo respiro.
Che cosa è  accaduto con precisione non possiamo saperlo,  noi che viviamo a molti chilometri di distanza. Possiamo ricostruire i fatti dalla lettura dei giornali, da ciò che è stato detto anche alla televisione in quei giorni caldi degli scontri.
Più o meno le cose hanno avuto questa successione: circa millecinquecento persone di colore vivevano assiepate in masserie abbandonate, baracche, silos, nei dintorni di Rosarno. Senza luce. Senz’acqua. Senza diritti né dignità di esseri umani. Ogni giorno un “caporale” arrivava, se li prendeva, li raccoglieva come un robivecchi raccoglie degli stracci. E li portava a lavoro. Al freddo. O sotto il sole. Per otto, dieci, quattordici ore. Se il lavoro c’era. Altrimenti li lasciava là, nelle baracche o lungo le strade. A marcire ed ad aspettare. Ed il caporale poi si prendeva due terzi della paga da fame. Il resto serviva per l’”affitto” delle topaie dove questa povera gente dormiva. Per pagarsi qualcosa da mettere sotto i denti. Per un po’ d’acqua da bere. Sporchi e tristi stavano là, a spezzarsi la schiena. Ma dopotutto, pensava la gente, che cosa pretendono? Potevano stare a casa loro, se qui stanno male. Che importa se a casa loro c’è la guerra. Che importa se sono scappati da una dittatura feroce, o da una carestia che ti consuma, che ha ucciso molti nel tuo villaggio, se hai fratelli, moglie, figli, genitori laggiù in Africa. Se hanno attraversato il deserto, il mare, se hanno rischiato la loro vita in cambio della speranza. Che importa, pensava la gente. Non devono chiedere nulla. E poi ci rubano il lavoro, pensava la gente. E sono sporchi, maleducati. Non sono come noi.
E la ‘ndrangheta se li teneva stretti questi poveri cristi africani. Schiacciati sotto la morsa del ricatto del bisogno, della paura, della miseria. E ne faceva carne da lavoro, schiavi a basso costo per la raccolta delle arance, dei pomodori, o di ciò che in quel momento era necessario raccogliere.
Fino a che qualcuno di loro ha sentito di non farcela più. Ha protestato. Si è  lamentato con i compagni, qualcuno gli ha dato ragione. Le parole hanno corso, la protesta è salita. La rabbia è scoppiata e alcuni di loro, con mazze e spranghe è scesa in strada. Ha spaccato auto, cassonetti vetrine. Ha ferito una donna che passava per caso, mandandola in ospedale. E Rosarno è scesa in piazza per la controffensiva. La ‘ndrangheta è scesa in piazza per la controffensiva. Ed hanno picchiato i neri. Li hanno gambizzati. Hanno sparato. Hanno fatto capire chi comanda e chi deve piegare la testa ed obbedire. Sei nero: subisci come tutti. Le leggi della mafia calabrese sono chiare. E non si può dimenticare ciò che regge la società di tante zone del Sud. Che detta legge in zone come Castelvolturno, dove nel settembre 2008 la Camorra sparò. Ed uccise. Per insegnare. Per mettere bene in chiaro che lì lo Stato non c’è. L’unico Stato, l’unico che conta, sono loro. I boss, i padrini, o in qualunque modo si chiamino.
Ed è  questo il punto: in alcune parti d’Italia lo Stato non c’è. Ha delegato. Si è ritirato.
Ci sono dei pizzini che parlano. Lo Stato si è ritirato non per debolezza ma per scelta. Per comodità. Per assicurarsi voti sicuri e controllo del territorio. Perché forse mafia, camorra, ‘ndrangheta adesso sono nello Stato. Forse. Si dice. Si teme. Dopo il novantaquattro hanno vinto davvero loro? Forse non lo sapremo mai.
E noi cittadini “normali”, che viviamo nelle nostre case calde, che abbiamo luce, acqua, e tutto ciò che l’essere nati in questo ricco paese comporta (ricco si, se lo guardiamo con gli occhi di un immigrato) che cosa facciamo? Guardiamo a questi fatti come normalità. Ci indigniamo se protestano. Votiamo sempre di più per la Lega, che grida contro di loro, che sbraita verso il “diverso”, e che si affretta a “condonare” le badanti e le colf, altrimenti a chi lasciamo i nostri anziani, a chi facciamo pulire le nostre case?
Li usiamo e li buttiamo. Basta che spariscano dopo che hanno lavorato per noi. Che non salgono sui nostri autobus. Che non mandino i loro figli nelle nostre scuole. Che non vengano a curarsi nei nostri ospedali. Che non abitino nella nostra via.
Ma che cosa siamo diventati? Chi siamo oggi noi italiani? Siamo davvero un popolo che non vede e non sente, che non si interessa, che lascia fare purché  non si intacchi l’interesse personale?
Io credo di no. Non tutti sono così. Accanto all’egoismo, all’arrivismo, al mito del denaro facile, della velina disponibile e del tronista belloccio, al coro del “non mi riguarda” il cuore di un’Italia diversa batte ancora. E ancora crede in una società più giusta, accogliente, solidale. In una società pulita, senza mafie, senza falsi valori. Che guarda all’immigrato senza pregiudizio né odio. E non teme la diversità, qualunque essa sia: di pelle, di religione, di orientamento sessuale. Ma questa Italia ha poco spazio, poco modo di esprimersi ma vive ed è presente. Dobbiamo soltanto darle voce, darle fiato. Alimentiamo ciò che di buono abbiamo in noi.
“I hope someday You will join us” diceva John Lennon “and the world will be as one”…Facciamo che sia così. Una volta per tutte.

Francesca Pacchini

(foto di Carlo Traina)

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