Omogenitorialità, l’ultimo tabù

( di Marta Traina) Ieri sera alla festa democratica si è parlato di omogenitorialità: l’occasione era la presentazione del libro di Chiara Lalli: “Buoni genitori, storie di mamme e di papà gay” (Ed. il Saggiatore)
C’era parecchia gente a Rinascita: alcuni semplici curiosi di passaggio rimasti ad ascoltare, gay, lesbiche, eterosessuali, bambini tra le braccia di una delle loro due mamme o nel passeggino spinti dai loro due papà. Ieri sera, alla festa democratica, si è parlato, finalmente, di una realtà reale, e viene spontaneo riflettere.
Ricordo la prima volta che ho pensato a due omosessuali genitori. Non sono stata affatto originale e mi sono detta: “bè, per il matrimonio non vedo alcun problema ma adottare un bambino, no. La società non è pronta”. Il mio inconscio, senza un’analisi concreta e profonda aveva deciso, dall’alto della sua (in)esperienza, che una famiglia con due papà o due mamme non fosse una famiglia idonea a crescere un figlio. Secondo quale criterio oggettivo? Nessuno. Semplicemente forte di convinzioni senza fondamento scientifico o empirico. Scrivo del mio primo incontro con l’argomento perché comprendo io stessa la difficoltà ad affrontare una questione tanto “inzuppata”di pregiudizi e false credenze. Una realtà per molti versi sconosciuta e lontana ma che vale la pena approfondire e osservare. D’altronde, ci hanno insegnato a definire normale una società canonicamente tradizionale e a considerare devianza ciò che non rientra nei confini di quel mondo artificialmente costruito e definito “naturale”. Negli ultimi mesi, complice la lettura del libro e l’interessamento alla vicenda, mi sono documentata molto sul tema e ho scoperto che non si parla di “aria fritta”: l’omogenitorialità non è in via di sperimentazione, è una realtà da anni studiata, soprattutto vissuta ma poco raccontata. Allora mi chiedo: quanti di noi sanno chi sono le Famiglie Arcobaleno? quanti di noi sanno che in America non sono pochi i figli cresciuti da due mamme o da due papà, oggi uomini e donne, che non hanno minimamente risentito di una “differenza” vista solo da occhi poco attenti, esterni, direi estranei?
Mentre scrivo omogenitorialità word sottolinea il termine con la consueta “linea rossa”: non è nel suo vocabolario, è una parola “sconosciuta” come lo è la realtà che vi è dietro. Il più grande nemico di quella che definiscono “diversità” è l’ignoranza, intesa nell’accezione letterale: ciò che è ignorato. Abbiamo paura, siamo perplessi verso ciò che non conosciamo e che, di conseguenza non sappiamo “catalogare”, “spiegare”, “rinchiudere” in preconfezionati e rassicuranti contenitori di definizioni. E, poiché i confini di tali categorie sono fissi, difficilmente mutabili, si tende a inserire tutto ciò che non vi rientra in un’altra scatola che chiamiamo “anormalità”.
Cito Jervis: “l giudizio di anormalità, dato che si tratta sostanzialmente di un giudizio, non di una caratteristica intrinseca è in larga misura legato alla nostra difficoltà a capire e a accettare qualcosa che ci appare non soltanto eccezionale, ma anche inquietante”. L’equazione: sconosciuto = inquietante è ben sottolineata e ampliamente documentabile. Per questo ben vengano dibattiti, “scazzottate verbali” se necessarie, richieste di chiarificazione. Ben venga la curiosità anche se accompagnata dalla perplessità. Ben vengano le chiacchierate con le Famiglie Arcobaleno, con una donna che tenta di avere un figlio con la sua compagna e non si sente “contro natura” perchè a darle la forza è l’amore per chi verrà e per chi le è accanto.
C’è bisogno che ognuno di noi faccia uno sforzo, che gli uni e gli altri si spoglino delle proprie convinzioni, restino nudi o provino a mettersi nei panni degli altri. Proviamo ad aprire un varco, a scostare la tendina e a gettare uno sguardo nella camera dei bambini mentre una mamma prepara il latte e l’altra racconta una favola. Mettiamo al centro il bambino e pretendiamo che i genitori diano lui amore, qualunque sia il loro sesso. Perché il bambino –ed è la scienza a sostenerlo- è molto più avanti della politica.
Marta Traina



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