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Archive for March, 2010

Il resto a domani – di Ivan Scalfarotto

March 24th, 2010 LuisaM No comments

(dal blog di Ivan Scalfarotto, qui  il post originale)

Qui il mio live tweeting stamattina dell’udienza davanti alla Corte Costituzionale. Nell’attesa della decisione della Consulta, voglio aggiungere qualche pensiero sulla giornata di oggi.

Il punto che più mi pare rilevante è che la portata assolutamente storica della giornata sia sfuggita a molti, e questo è un problema. Il silenzio della stampa che ha preceduto l’udienza di oggi, anche della stampa democratica e progressista (Repubblica è riuscita a silenziare il tema con la medesima precisione chirurgica usata per silenziare Ignazio Marino durante il congresso), è stato veramente impressionante. Ma anche dagli umori percepiti sulla rete e tra le persone ho avuto come la sensazione che il senso di sorda disperazione che qualche volta provano le persone che sono discriminate sia difficile da intuire per chi discriminato non è mai stato: come se ci fosse una difficoltà ad immedesimarsi, a comprendere, una specie di sordità emotiva rispetto al senso di frustrazione che colpisce chi è inibito rispetto ai suoi diritti per qualcosa che è, per una sua caratteristica sulla quale non ha nessun controllo. Questa mattina ho citato Rosa Parks nel mio primo tweet e qualcuno ha commentato chiedendomi cosa c’entrasse mai la lotta di emancipazione dei neri d’America con la giornata di oggi. La domanda stessa spiega come meglio non si potrebbe la sordità che intendo.

Qualcun altro, anche persone che tengo in massima stima, hanno stigmatizzato la mancanza di pragmatismo, l’irragionevolezza della richiesta di uguaglianza che oggi si è manifestata davanti alla Corte. Anche in questo caso mi pare incredibile come non si possa comprendere che col pragmatismo a camminare sul terreno accidentato dell’emancipazione e dei diritti non si va da nessuna parte. Parlare di pragmatismo il giorno stesso che un nero americano, sedendo alla Casa Bianca, impone una riforma sanitaria come quella che ha portato a casa il Presidente Obama dimostra che per alcune persone – anche non sprovvedute, e tra quelle che si sono spellate le mani il giorno dell’elezione di Obama – il principio, la conquista, il sogno applicato alla politica vanno bene forse per l’estero o per nuove frontiere che si pensa noi non abbiamo, come invece dolorosamente è il caso, da percorrere anche qui a casa nostra. La discriminazione che si consuma sulla pelle delle persone GLBT in Italia non ha nulla a che invidiare ad altri tipi di apartheid: è la negazione di diritti positivi, è una soggezione culturale, è l’esposizione ad abusi e violenze verbali e fisiche che non sono sufficientemente stigmatizzate dalla società e punite dalla legge.

Era per questo che eravamo tutti emozionatissimi stamattina. Francesco Bilotta, il vero padre di questa battaglia, camminava su e giù con la sua toga addosso come un padre – appunto – fuori dalla sala parto. Sergio Rovasio, il segretario di “Certi Diritti”, aveva le lacrime agli occhi. Le coppie che hanno adito i tribunali avevano l’aria, gli abiti e l’emozione che in genere ha chi è andato in municipio per sposarsi e non davanti a un tribunale per difendere le proprie ragioni. Sentire risuonare le parole, sentire descrivere le nostre famiglie, sentire parlare dei nostri affetti come fossero cose normali, giuste, scontate, già patrimonio di un paese migliore; udire parlare di noi in una casa della Repubblica in punto di diritto, in una logica europea, senza offese e turpiloqui, senza leghisti blateranti o fascisti con la bava alla bocca o prelati sottili dalle lingue taglienti o giornalisti televisivi genuflessi al potere; vedere accadere tutto questo nella solennità del Palazzo della Consulta, davanti alle toghe dei 15 giudici e ai pennacchi dei Carabinieri in alta uniforme è stata un’esperienza emotiva molto difficile da descrivere.

Sono cose che invece ha capito chiaramente il nostro collegio di difesa, che ha compiuto un’impresa memorabile. Vittorio Angiolini, Marilisa D’Amico, Vincenzo Zeno-Zencovich, Ileana Alesso, Massimo Clara hanno argomentato con forza oratoria, logica ferrea e grande equilibrio, costruendo sulla relazione dettagliatissima del Giudice Criscuolo che ha ripercorso punto per punto l’ordinanza del Tribunale di Venezia. I nostri avvocati erano chiaramente ben consapevoli dell’importanza vitale della vicenda dal punto di vista della democrazia e hanno tessuto una rete che non sappiamo quanto resisterà all’esame della Corte ma che certamente ha reso la questione degna del massimo rispetto. Un punto in particolare ha richiamato Angiolini: che su questi temi la Corte è di certo competente, perché in tema di diritti non si può restare appesi alle mutevoli maggioranze parlamentari e che l’espressione “società naturale fondata sul matrimonio” usata dal Costituente non era intesa certo a rafforzare il potere politico sulla nozione di famiglia. Quella parola “naturale” implica al contrario la responsabilità che la politica prenda atto e rispetti ciò che esiste come famiglia all’interno della società.

Se la mattinata di oggi fosse stata un film, l’Avvocata dello Stato che rappresentava in giudizio il Presidente del Consiglio dei Ministri sarebbe stato uno di quei personaggi minori che poi però si rivelano fondamentali nella dinamica della narrazione. Seguendo la sua arringa ho avuto ad un certo punto la sensazione netta – ed è ovviamente una mia purissima illazione – che non fosse convinta nemmeno lei delle cose che diceva. Come dire: non trovavo che “chiudesse”, che desse la zampata, che puntasse al goal con decisione. Allora ho preso a guardarla più da vicino (zoom) e ho visto una giovane donna sui 40 anni, con ogni probabilità molto brillante intellettualmente, e ho pensato che non fosse poi così improbabile che in cuor suo non fosse nemmeno tanto felice di dover fare la parte di quella che negava situazioni che nella sua vita, chissà, magari riconosce tutti i giorni. Magari ha amici gay, come tutte le persone di quarant’anni che vivono nelle grandi città. Vabbè, magari mi sono solo fatto un film e ho capito che a fare l’Avvocato dello Stato qualche volta ci si trova nei casini.

Ora aspettiamo la decisione, che è già slittata a domani. Comunque la Corte deciderà noi tutti la rispetteremo con la deferenza che si deve al massimo organo di garanzia della Repubblica. E comunque deciderà ci darà argomenti da dibattere. Io credo che oggi sia cominciato un cammino inarrestabile, credo che finalmente la comunità GLBT italiana abbia trovato il bandolo della matassa e che per la prima volta nella storia siamo usciti da un’inconcludenza, piena di buona volontà, ma che inconcludente oggettivamente è stata. Abbiamo finalmente dato piena dignità istituzionale alla questione, l’abbiamo sollevata di livello, l’abbiamo ispirata con una strategia perfetta, le abbiamo dato forza tecnica prima ancora che politica e l’abbiamo poi affidata per la discussione a gente (gente eterosessuale, peraltro, facendo così finalmente uscire la questione dai nostri confini) di eccellenza assoluta che l’ha difesa con passione come fosse propria. Anzi, “con orgoglio”, come ha detto l’Avvocata Alesso stasera all’incontro con Arcigay a Milano, inconsapevole credo di aver scelto proprio questa parola così nostra e così piena di significati storici per la comunità. Se andrà bene avremo recuperato i vent’anni di ritardo che abbiamo sulla questione gay rispetto al resto d’Europa, e se andrà male dovremo continuare questo cammino sapendo che la Corte Costituzionale spesso fa crescere il suo pensiero in pronunzie successive. Già altri due giudici (Ferrara e Firenze) hanno adito la Corte, altri ne verranno man mano che altre coppie andranno nei comuni a chiedere di sposarsi dimostrando così che c’è un bisogno e che le persone non hanno paura di esprimerlo e di chiederne la tutela davanti alla legge.

Fatemi dire anche un’ultima cosa. Questa sera a Milano, alla serata di Arcigay, Marilisa D’Amico e Vittorio Angelini hanno parlato spiegando ad una folla appassionata ed attenta tutti i dettagli della vicenda. Rispettando l’organizzazione padrona di casa non si è fatto menzione del fatto che entrambi sono militanti del Partito Democratico e che Vittorio è candidato alle regionali qui a Milano. Ecco, io invece sono stato orgoglioso di loro e, attraverso loro, del mio Partito. Vederli all’opera, sentirli parlare, apprezzarne la sapienza tecnica e il coraggio civile è stato vedere in azione il PD di cui sono felice di far parte: un partito fatto di persone eccellenti, coraggiose, aperte al dialogo, disposte a esplorare senza paraocchi ideologici aree e problemi nuovi della società, disponibili a mettere in comune i propri talenti (Vittorio era con me in aereo alle 6.30 questa mattina e quando sono andato via dalla riunione a mezzanotte era ancora lì che rispondeva alle domande degli intervenuti). Ecco, stasera pensavo che mi piacerebbe che tutti quelli che mi hanno indefessamente chiesto per due anni come facevo a stare nel partito della Binetti (un partito che per questo motivo non potevano votare) mi chiedessero ora quanto orgoglioso io sia di stare nel partito della D’Amico e di Angiolini (un partito per il quale votare, tra qualche giorno, e in cui credere per il futuro). Moltissimo, sarebbe la risposta.

Ora vado a dormire. Il resto a domani.

La scuola di tutti e per tutti, il racconto della giornata

March 21st, 2010 LuisaM No comments

Il 18 marzo, in Piazza San Bernardino, a Roma, davanti al Ministero della Pubblica Istruzione,  si è tenuto il sit in “La scuola di tutti e per tutti“, organizzato per protestare contro i tagli che la finanziaria ed i decreti della Gelmini hanno imposto alle ore di sostegno per i bambini disabili ed ai progetti scolastici di integrazione.

Ci auguriamo che iniziative a difesa di questo importante diritto possano essere prese in ogni città d’Italia.  Non è un problema che deve riguardare soltanto i genitori dei bambini o gli addetti ai lavori,  è un problema di civiltà.

Alessandro Bocchetti, caro amico e parte del gruppo Laicità e Diritti è uno degli organizzatori di questa iniziativa, ci racconta così la sua giornata.

Roma 18/03/2010

ore 8:00, suona la sveglia. salto giù dal letto, senza sapere come o perchè arrivo in cucina, la macchinette è accesa, saluto Martino e Luce seduti a fare colazione… Mi allungano un caffè e lo butto giù nella speranza di svegliarmi finalmente. Un occhio alla finestra, c’è il sole… La giornata promette bene. I bambini sono già vestiti, li dobbiamo accompagnare a scuola. E come sempre sono in ritardo, speriamo bene…
ore 9:00, la vespa fa i capricci non vuole partire e la mia gamba mi fa male, insisto sulla pedivella, l’agitazione inizia a farsi sentire: “quanti saremo?”, “cosa otterremo?” penso tra me e me. La vespa parte, Alessandra sale dietro e usciamo dal garage. L’aria di fine inverno fresca e riscaldata dal sole, mi schiaffeggia piacevolmente il volto, speriamo…
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ore 9:20, arriviamo a trastevere. Superiamo il ministero della Pubblica Istruzione e arriviamo in piazza SBernardino da Feltre… Oggi ci proviamo, proviamo a rendere visibile l’invisibile.
La prima cosa che noto è l’imponenza del servizio d’ordine: non credevo che fossimo così pericolosi… La piazza è tutta delimitata dal nastro giallo, sembra una scena di CSI, e non posso fare a meno di sorridere pensando allo spot sull’aids con l’alone fucsia… Una camionetta della PS all’angolo e dei questurini in mimetica. Parcheggio la vespa e mi chiedo se tutta questa sicurezza sia un segno di presenza massiccia?
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ore 9.30 io e Alessandra arriviamo a piedi sulla scena del crimine, delimitata dal nastro giallo sembra proprio quella, mi rendo subito conto che siamo in quattro gatti, la prima che vedo è Giuliana, una storica militante di Trastevere, che eroica cammina con la nostra bandiera. Poi più in la il gazebo bianco tappezzato di cartelli arancioni con i nomi dei nostri bambini, sotto il volto rassicurante di Enrico Mazzieri, in arancione d’ordinanza (è il colore che ci siamo scelti), qui è la qualche bambino e adulto… In tutto non più di una trentina di persone, non posso fare a meno di pensare ta me e me “che paese di merda!”.
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ore 10.00 mi sono ambientato, lentamente ed inesorabilmente iniziano ad arrivare persone. Arriva anche Cristiana Alicata, mi abbraccia e in quell’abbraccio sento la forza di un’amica che mi dice non siete soli… poco per volta il clima migliora: il sole ci scalda, i bambini giocano, i celerini si rilassano, le persone iniziano a parlare a comunicare a scambiarsi esperienze e impressioni. I nomi in arancione sul gazebo aumentano…
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ore 11.00, oramai siamo una sessantina, il clima è positivo e reattivo, anche piacevolmente pugnace. decidiamo di tentare il blitz. stare qui non ha senso. decidiamo di sederci sulle scalinate e vedere che succede. I celerini ci lasciano fare si vede che non facciamo troppa paura. Ci sediamo al sole, iniziamo a chiaccherare, a ridere, i bambini giocano…Sembriamo in gita, così è la nostra vita: non solo pensieri e rabbia ma una normalità scazonte di famiglie imperfettamente felici. Chiediamo di essere ricevuti
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ore 12.00, il clima si è scaldato, qualcuno inizia ad irritarsi e a dire che “ci prendono per il culo”, qualcun altro dice di pazientare, i celerini iniziano a patire i bambini irrequiete. Esce una signora, distinta e compita ci dice che ci ricevono.
ore 13.00 in cinque più un nostro bambino entriamo in delegazione. Una sala riunioni enorme, un clima di diffidenza, un tavolo di legno chiaro enorme e quattro (quattro?) televisori Bo in un angolo colpiscono la mia immaginazione. In fondo seduti alle poltrone di pelle due uomini e una donna ancora più piccoli in quel contesto grandioso. ci sediamo ed iniziamo a parlare vincendo le diffidenze reciproche. due e tre volte sembra degenerare, vinti dal nervosismo e dalla difensiva di alcuni. Ma alla fine si parla, di sostegni, di tagli effettuati negli ultimi anni, di disservizi, di responsabilità e soprattutto dell’ultima sentenza della corte costituzionalità che stabilisce l’assoluto obbligo costituzionale di garantire l’assistenza uno ad uno (un operatore per un bambino). Ci lasciamo con l’impegno di rivederci dopo un mese e fare il punto e calendarizzare questi incontri.
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ore 14,00 Usciamo nel sole, i nostri amici ci aspettano fuori. Abbiamo fatto un primo passo, abbiamo iniziato una battaglia che sapevamo non avremmo vinto in un giorno, ma che andava aperta. sento il sole sulla pelle, vedo mia moglie con il suo giubbotto di pelle e penso che siamo fortunati, guardo i bambini che giocano e urlano e penso che dovevamo farlo e che l’abbiamo fatto.
E’ un’inizio, tra un mese si replica.
Alessandro Bocchetti
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(Le foto sono di Salvatore Contino, che ringraziamo)

Il Gazebo

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Cristiana Alicata ed Alessandro Bocchetti

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In attesa della sentenza del 23 marzo

March 21st, 2010 LuisaM No comments

Il 23 marzo la Corte Costituzionale dovrà decidere sull’ammissibilità dell’ordinamento italiano circa la legittimità o meno dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le quattro attuali ordinanze di rimessione degli atti alla Consulta (Venezia, Trento, Firenze, Ferrara) che affrontano il tema di coppie dello stesso sesso che non ottengono dal proprio Comune di residenza la possibilità di procedere alla pubblicazione di rito prematrimoniale sollevano con forza il problema del vuoto legislativo italiano in cui le coppie omosessuali si trovano (dal gruppo Fb omonimo)

Le iniziative in attesa della sentenza

A Roma, il gruppo “We have a dream” organizza oggi, domenica 21 marzo alle ore 17:30 in Piazza SS. Apostoli: PRIMAVERA DI UNA NUOVA ERA, per riflettere insieme ed informare sulla sentenza che la Corte Costituzionale emetterà il 23 marzo, in merito ai matrimoni fra persone dello stesso sess.

Dagli organizzatori:
Porta una bandiera rainbow, oppure della tua associazione o della forza politica cui appartieni, insieme a una fiaccola e a un bouquet di fiori bianchi, con un biglietto per esprimere un pensiero sul matrimonio fra persone dello stesso sesso. Al termine dell’iniziativa li andremo a posare davanti alla vicina sede della Consulta, in Piazza del Quirinale 41.

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L’intervento di Ivan Scalfarotto all’appuntamento romano. Foto di Mauro Cioffari (GayRoma.it)


Cassazione: il genitore irregolare va espulso anche se in Italia ha figli che vanno a scuola

March 11th, 2010 eleonorab No comments

da “La Repubblica” del  11/03/2010

ROMA – Marcia indietro della Cassazione in tema di immigrazione: gli immigrati irregolari, con figli minori che studiano in Italia, non possono chiedere di restare nel nostro Paese sostenendo che la loro espulsione provocherebbe un trauma “affettivo” e un calo nel rendimento scolastico dei figli. Infatti, secondo il nuovo orientamento della Suprema Corte che smentisce una precedente, recente sentenza, l’esigenza di garantire la tutela della legalità alle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei minori.

La Cassazione – con la sentenza n. 5856 della I sezione civile – ha respinto così il ricorso di un immigrato irregolare albanese, con moglie in possesso di permesso di soggiorno, in attesa della cittadinanza italiana, e due figli minori. L’immigrato, residente a Busto Arsizio (VA), aveva chiesto l’autorizzazione a restare in Italia in nome del diritto al “sano sviluppo psicofisico” dei suoi bambini, che sarebbe stato alterato dall’allontanamento del loro padre. I supremi giudici gli hanno risposto che ai clandestini è consentita la permanenza in Italia, per un periodo di tempo determinato, solo in nome di “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d’emergenza”.

Queste situazioni d’emergenza, però, non sono quelle che hanno una “tendenziale stabilità ” come la frequenza della scuola da parte dei minori e il normale processo educativo formativo che, a parere dei giudici, sono situazioni di “essenziale normalità “. Se così non fosse, dice la Cassazione, le norme che consentono la permanenza per motivi d’emergenza anche a chi è clandestino, finirebbero con il “legittimare l’inserimento di famiglie di stranieri strumentalizzando l’infanzia”.

Con questa pronuncia, dunque, i supremi giudici criticano espressamente una precedente decisione della stessa Cassazione (la n.823 del 19 gennaio 2010, I sezione civile) che invece aveva dato il via libera alla permanenza di un papà clandestino; quella sentenza, dice ora la Cassazione, è “riduttiva in quanto orientata alla sola salvaguardia delle esigenze del minore”, mentre non tiene in considerazione “l’inquadramento sistematico nel complessivo impianto normativo” della legge sull’immigrazione.
Nella sentenza di gennaio, la prima sezione civile della Corte di Cassazione accoglieva il ricorso contro l’espulsione di un immigrato che vive a Roma, motivando la decisione con il fatto che “non può ragionevolmente dubitarsi che, per un minore, specie se in tenerissima età, subire l’allontanamento di un genitore, con conseguente impossibilità di avere rapporti con lui e di poterlo anche soltanto vedere, costituisca un sicuro danno che può porre in serio pericolo uno sviluppo psicofisico, armonico e compiuto”. E d’altra parte, in quella sentenza la Cassazione escludeva che “l’interesse del minore venga strumentalizzato al solo fine di legittimare la presenza di soggetti privi dei requisiti dovuti per la permanenza in Italia”. Esattamente il ragionamento opposto a quello fatto dalla Suprema Corte nella sentenza odierna.

Proprio ieri nel corso di un discorso tenuto al Senato l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, aveva denunciato le politiche del governo italiano nei confronti degli immigrati, “abbandonati e respinti senza verificare in modo adeguato se stanno fuggendo da persecuzioni, in violazione del diritto internazionale”.

Le reazioni. “Con questa sentenza della Cassazione si fa un vistoso passo indietro nel senso civile della nostra nazione e nella coerenza fra politica interna e rispetto delle Convenzioni Internazionali sulla tutela dei minori, di cui l’Italia è firmataria”, sostiene Raffaele Salinari, presidente di Terre des Hommes (Tdh). Per il portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero, la sentenza è “inumana e indegna di un Paese civile”. Secondo Ferrero la Cassazione stabilisce quindi “regole che valgono solo per i poveracci e per chi non ha diritti mentre per i ricchi e i potenti è un continuo emanare decreti ad hoc”. Dello stesso avviso il candidato dell’Udc alle prossime regionali in Lombardia, Savino Pezzotta: “Così non si fa altro che creare tensione”. Che la sentenza crei “un ulteriore problema” è anche il pensiero di Roberto Salvan, direttore dell’Unicef Italia secondo il quale “le norme sono contraddittorie, tutto ciò produce ulteriore lavoro per i giudici”. Maurizio Musolino, responsabile immigrazione del PdCI – Federazione della sinistra si definisce “sbigottito e di fronte a un drammatico passo indietro”. Per Navi Pillay l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, “sembra una decisione preoccupante. Devo comunque confrontare tale sentenza con la giurisprudenza già esistente sulla difesa e la tutela dei diritti dei bambini – ha detto la Pillay -. Tuttavia ho ricevuto garanzie e assicurazioni oggi dal ministro Frattini riguardo la protezione e la tutela dei bambini figli di immigrati”. Sconcerto è stato espresso invece dall’organizzazione umanitaria EveryOne che chiederanno, hanno fatto sapere, “un appuntamento ufficiale al Presidente della Repubblica affinché intervenga direttamente sulla questione, impedendo che questo nuovo orrore porti ancora più disperazione nella comunità dei migranti, già duramente perseguitata da autorità e istituzioni”.

E’ d’accordo con la sentenza invece il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Carlo Giovanardi, con delega alle politiche familiari che però sottolinea che va visto “caso per caso”. “La Cassazione – dice – fa salvi infatti i casi invece dove c’è un dato pregiudizievole per i bambini. Ovviamente non si può generalizzare, va visto caso per caso”. E la valutazione ‘caso per caso’ è anche la chiave che sceglie Save the Children. “E’ importante che i giudici chiamati a decidere su queste questioni, – afferma Valerio Neri, direttore generale di Save The Children Italia – siano attenti al benessere del minore considerato nella sua totalità, quale stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di benessere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”. Positivo sulla decisione della Cassazione anche il presidente della Provincia di Milano, coordinatore lombardo del Pdl, Guido Podestà. “La strumentalizzazione dell’infanzia – ha affermato – non può arrivare a essere un salvacondotto per restare impropriamente nel nostro Paese”. Dello stesso identico avviso anche anche Mariastella Gelmini: “Ritengo giusta la sentenza dei giudici. Il nostro sistema d’istruzione ha sempre incluso e mai escluso e le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli. La legge è chiara e va rispettata – aggiunge la Gelmini -. Per questo i giudici hanno ragione quando affermano che ‘si finirebbe col legittimare l’inserimento di famiglie di clandestini strumentalizzando l’infanzia”. Per il ministro Roberto Calderoli “la Corte di Cassazione con questa sentenza ha ristabilito lo stato di diritto in questo Paese. Se si entra nel nostro Paese senza averne i titoli si va incontro all’espulsione”.

Laicità. Essere padroni della nostra esistenza

March 10th, 2010 eleonorab No comments

di Stefano Rodotà
(estratto dalla lezione su “Laicità e governo della vita” oggi all’università di Torino per il premio “Laico dell’anno”, da La Repubblica – Sito www.cambialitalia.it)

Laicità rinvia ad autonomia, e questa si declina come autodeterminazione. Sì che, parlando di laicità, non possiamo più ritenere che l’orizzonte sia individuato soltanto dal rapporto tra due poteri, lo Stato e la Chiesa, «ciascuno nel loro ordine, indipendenti e sovrani», o dallo stesso confronto tra secolarizzazione e religiosità. È avvenuta una più complessa distribuzione dei poteri, che individua la persona come protagonista istituzionale. La laicità, oltre che come principio di organizzazione istituzionale e sociale, si manifesta così anche come principio di governo della vita, che inquieta a tal punto da suscitare la tentazione di mimare un incipit famoso, e annotare che «uno spettro s’aggira per l’Italia – lo spettro dell’autodeterminazione».

«La circostanza che il consenso informato trova il suo fondamento negli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione pone in risalto la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla salute». Queste parole della Corte costituzionale individuano una distribuzione di poteri, la cui portata può essere colta attraverso due rapidi esercizi di riflessione storica. Partiamo dal 1215, dalla Magna Charta e dal suo habeas corpus, con la promessa del re a ogni “uomo libero”: «non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese». Siamo di fronte all’abbandono di una prerogativa regia,a un autolimitazione,a un atto che laicizza il potere del re, che non riposa più sulla sovranità/sacralità, ma si cala nel mondo, si presenta come l’esito di una negoziazione complessa, che porterà poi alla “autolimitazione” dello Stato sovrano come atto di fondazione dei diritti pubblici subiettivi.

Sette secoli dopo, nel 1947, l’Assemblea costituente approva l’articolo 32 della Costituzione, che riconosce la salute come diritto fondamentale e prevede che i trattamenti obbligatori possano essere imposti solo per legge. Ma si aggiunge: «la legge non può in nessun caso violare il limite imposto dal rispetto della persona umana». È una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, pone al legislatore un limite invalicabile. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato.

Siamo di fronte ad una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus. Il sovrano democratico, una assemblea costituente, rinnova a tutti i cittadini la promessa di intoccabilità: «non metteremo la mano su di voi», neppure con una legge. La rottura è netta. Non vi è più una autolimitazione, ma un vero trasferimento di potere, anzi di sovranità. Sovrana nel decidere della propria salute, e dunque della propria vita, diviene la persona. Passiamo al secondo esercizio storico, al quarto secolo prima di Cristo quando Ippocrate formula il giuramento che accompagnerà la professione medica. «Sceglierò il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa». Di nuovo una autolimitazione del potere, di cui scopriremo la radicale inadeguatezza ventitre secoli dopo, nel 1946, quando a Norimberga vengono processati i medici nazisti. L’abuso del potere medico attraverso la sperimentazione sugli esseri umani provoca una reazione, affidata al Codice di Norimberga, che si apre con le parole «il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente necessario». Dall’autolimitazione del potere del medico, definita unilateralmente dal giuramento, si passa ad un integrale trasferimento del potere alla persona che, sottratta a quel potere, rinasce come “soggetto morale”.

L’autodeterminazione si identifica così con il progetto di vita della persona. Qui vita è davvero quella di cui ci parla Montaigne, «un movimento ineguale, irregolare, multiforme», governato da un esercizio ininterrotto di sovranità che permette quella libera costruzione della personalità iscritta in testa alla nostra e ad altre costituzioni. E sovranità e proprietà sono parole che, non da oggi, accompagnano la definizione del nostro rapporto con il corpo, dunque con la vita tutta intera. Respinto sullo sfondo il riferimento alla proprietà, si creava la condizione propizia all’incontro con la sovranità. Certo tra “sovrani” sono sempre possibili tensioni o conflitti. Ma, proprio per evitare che la vita divenga un campo di battaglia, vengono definiti confini che potere politico e medico non possono varcare, escludendo che lo Stato abbia giurisdizione sulla vita, possa considerare il corpo come un luogo pubblico, che è cosa diversa da limiti coerenti con la natura dell’autodeterminazione.
Ma le controversie rimangono.

L’iconografia tradizionale e gli antichi scritti sono fitti di descrizioni nelle quali figure diverse si contendono corpo e vita di una persona. La virtù e il diavolo, il sacerdote e il principe, il medico e il soldato, le donne tentatrici e i mercanti avidi sono tutti lì intorno ad una spoglia, privata di libertà e autonomia. Un grumo di quelle rappresentazioni è ancora presente.
Il pane e le bottiglie d’acqua sul sagrato d’una chiesa o davanti ad una clinica, le scritte che rivendicano la proprietà d’un corpoe d’una vita, la presentazione del diritto come un’arma che uccide ripropongono con deliberata violenza la negazione dell’autodeterminazione.E il Presidente del consiglio manda una lettera alle suore che avevano ospitato Eluana Englaro, addolorato «per non aver potuto evitare la sua morte». Non è il rammarico di un Re Taumaturgo al quale è stato impedito di imporre le sue mani per una guarigione altrimenti impossibile. È la rivendicazione di un potere sulla vita, di cui il politico vuole tornare a essere l’unico depositario.

Intornoa noiè tutto un cercar di chiudere i varchi aperti perché l’autodeterminazione potesse essere esercitata. In un’ansia di rivincita, l’alleanza tra libertà e tecnologie viene rovesciata. Le tecniche contraccettive avevano reso possibile una sessualità liberata e una maternità consapevole. Ma le tecnologie della riproduzione o la pillola Ru 486 diventano l’occasione per riprendere il controllo del corpo delle donne. Le tecnologie della sopravvivenza vengono trasformate nell’obbligo di sopravvivere attraverso manipolazioni sconosciute alle leggi di altri paesi.

Si dovrà rinunciare ai loro benefici per il timore di divenirne, poi, prigionieri? Via via che si entra nel mondo nuovo della scienza e della tecnologia l’autodeterminazione guadagna nuovi spazi e, proprio per questo, richiede un ambiente pienamente laicizzato, dove tutte le opportunità possano essere valutate senza pregiudizi. Ma scienzae tecnologia avviano anche processi di riduzione drammatica della libertà di scelta che possono essere contrastati solo esaltando al massimo le potenzialità dell’autodeterminazione. Segnalo quella che chiamerei la consegna della persona alla società dell’algoritmo. Scopriamo sempre più spesso un mondo governato dall’algoritmo, quello di Google o quello al quale la finanza aveva affidato le scelte di investimento. E scorgiamo pure una costruzione dell’identità sempre più sottratta alla consapevolezza degli interessati, affidata invece a processi variamente automatici.

Tornando alle parole iniziali, e senza la pretesa di chiudere un cerchio, la laicità si rivela un presidio contro la pretesa di qualsiasi potere di impadronirsi della vita, fino alla sua totale spersonalizzazione. Non dirò che la laicità sia il più umano dei principi, ma pure ad esso è affidata la nostra problematica umanità.

La violenza ha mille volti, impara a riconoscerli

March 9th, 2010 LuisaM No comments

(dal blog di Paola Concia)

La campagna contro la violenza sulle donne dal titolo “La violenza ha mille volti. Impara a riconoscerli”, un’ iniziativa che si propone diversa nei toni e nella forma, nata da un’ idea di Anna Paola Concia, deputata del Pd, della copywriter Eliana Frosali e di Alessandra Bocchetti, saggista e femminista.

La campagna che “cammina da sola” nasce dal lavoro di un gruppo di donne che – al di là degli schieramenti - hanno regalato al progetto tempo ed energie rivolte a proporre un modo diverso, positivo, attivo per parlare di come contrastare la violenza di genere.

Di regalo in regalo le ragazze del centro di fotografia hanno realizzato gratuitamente le immagini, la copywriter Eliana Frosali ha curato il messaggio insieme con Alessandra Bocchetti, saggista e femminista e la deputata Pd, Anna Paola Concia.

La campagna sociale è creative commons e chiunque potrà appropriarsene e divulgarla. Verrà regalata a chi crede nella sua validità: quello che gli altri non dicono sulla violenza, un decalogo di consigli per le giovani donne perché non scelgano uomini violenti. La prima ad “adottare” la campagna e a consentirle di iniziare il suo viaggio è stata Concita De Gregorio che ha mobilitato un primo gruppo di dieci aziende a forte connotazione femminile. Partirà dunque sulle pagine dell’Unita per il mese di marzo con il sostegno di Ikea, Unilever Dove, Unicredit, Feltrinelli, Sellerio, Nonino, Ciao Ragazzi di Claudia Mori, Conad, Coop e altri importanti aziende di livello nazionale ed europeo. Il testimone passerà poi a Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia, che subito dopo l’Unità ospiterà la campagna. I settimanali, le radio, le tv che vorranno adottarla potranno fare in modo che il viaggio continui.

Qui altre immagini della campagna

La pagina Facebook della campagna

dal blog di Paola Concia

Disuguaglianze: non si rimedia solo a parole – di Chiara Lalli

March 8th, 2010 LuisaM No comments

(di Chiara Lalli)
Un tempo si usava il termine handicappati, poi portatori di handicap, disabili e oggi è politicamente corretto usare l’espressione “diversamente abili”. È indubbio che la scelta dei termini veicoli una scelta concettuale, e quindi l’attenzione alle parole è giustificata dall’attenzione al significato di quelle stesse parole.  Ma è altrettanto indubbio che concentrarsi soltanto sulle parole sia insufficiente, se non ipocrita.
Difficile non pensare alle politiche scolastiche di tagli e di riduzione delle cattedre. E alla recente sentenza della Consulta che, per fortuna, ha dichiarato incostituzionale fissare un tetto numerico massimo per gli insegnanti di sostegno. Non garantire un livello di istruzione necessario all’inserimento nella vita sociale e lavorativa è ingiusto e discriminatorio. Sottrarsi dal garantire un nucleo minimo di diritti contrasta con il dovere alla solidarietà.
Nell’ultimo anno c’è stato un aumento di oltre cinquemila studenti con disabilità a fronte di una riduzione di 400 insegnanti di sostegno. Privare i bambini e i ragazzi con gravi disabilità di una assistenza necessaria significa abbandonarli, privarli del diritto allo studio, della possibilità di aspirare ad essere pienamente cittadini e di condurre una esistenza che sia il più possibile soddisfacente.
Uno dei compiti di uno Stato civile sta proprio nel cercare di riequilibrare e di rimediare alle disuguaglianze. Non solo a parole.

Chiara Lalli, DNews, 5 marzo 2010

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Vi ricordiamo l’iniziativa del 18 marzo , nata sulla Rete:
LA SCUOLA DI TUTTI E PER TUTTI SIT-IN
PIAZZA BERNARDINO DA FELTRE ANTISTANTE AL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE ROMA , il 18 marzo con un tam tam incessante sulla rete ci vedremo in tantissimi per dire il nostro basta a questo stato di cose fatto sulla pelle dei nostri figli!

OMOFOBIA E DIRITTI NEGATI, sabato 13 marzo, ore 17 a Lucca

March 6th, 2010 LuisaM No comments

Riceviamo da Marina Manfrotto, Lucca, e volentieri pubblichiamo.

Sabato 13 marzo, ore 17 Auditorium della Pia Casa, via Santa Chiara 6, Lucca
OMOFOBIA E DIRITTI NEGATI: dalla stagione della paura alla stagione delle opportunità

Intervengono:
Anna Paola CONCIA, deputato del Partito Democratico
Stefano BACCELLI, presidente della Provincia di Lucca
Letizia TOMASSONE, membro della commissione Fede ed Omosessualità della Tavola Valdese

Sono invitati il sindaco di Capannori, Giorgio Del Ghingaro,  il capogruppo del PD nel consiglio comunale di Lucca Alessandro Tambellini, il sindaco di Porcari, Alberto Baccini, i capogruppo del PD nei consigli comunali di Montecarlo ed Altopascio.

Per la presentazione di una mozione contro l’omofobia nel consiglio provinciale e nei consigli comunali della Lucchesia.

Si, lo voglio! FIRMATE L’APPELLO

March 4th, 2010 admin 5 comments

Firmate l’appello per far sì che che a tutti i cittadini e a tutte le cittadine venga  garantita parità e uguaglianza e pertanto anche il diritto di sposarsi, indipendentemente dal loro sesso e dal loro orientamento sessuale.

Martedì 23 marzo 2010 sarà un giorno importante per la storia italiana.

Il 23 Marzo la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sulla costituzionalità di alcune norme del Codice Civile (Articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis) che, in materia di matrimonio e famiglia, nel riferirsi genericamente a “marito” e “moglie”, discriminano le coppie di persone dello stesso sesso.

È da sottolineare che in Italia non esiste una definizione legale di matrimonio, né un divieto espresso al matrimonio tra persone dello stesso sesso, né la differenza di sesso è esplicitamente richiesta quale condizione per contrarre matrimonio.

Al contrario sono molti i principi costituzionali che ammoniscono contro l’esclusività del paradigma eterosessuale del matrimonio civile. Tra i più importanti la tutela della dignità di ognuno di cui all’art. 2, quindi il principio imperativo di uguaglianza, affermato dall’art. 3, infine le disposizioni della Carta di Nizza, patrimonio anche dell’Italia grazie all’art. 117.

Inoltre il diritto a sposarsi è sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dalla Carta Europea dei Diritti dell’Uomo e dalla Carta di Nizza.

Perciò dichiariamo che siamo profondamente convinti che a tutti i cittadini e a tutte le cittadine debba essere garantita parità e uguaglianza e pertanto anche il diritto di sposarsi, indipendentemente dal loro sesso e dal loro orientamento sessuale.

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Il 23 marzo la Corte costituzionale potrà finalmente ribadire la distinzione tra matrimonio religioso e matrimonio civile e affermare che il matrimonio civile tra persone dello stesso sesso non è un tema eticamente sensibile, ma semplicemente un diritto fondamentale della persona che non può essere negato.

Occorre affermare che il matrimonio civile è un istituto giuridico non sostituibile, né surrogabile da altri, e che solo con l’accesso anche delle coppie dello stesso sesso a tale istituto sono rispettati e pienamente applicati i principi fondamentali di eguaglianza e pari dignità sociale di tutti i cittadini, sanciti dalla nostra Costituzione.

Per questa ragione, congiuntamente a questo appello di cui siamo primi firmatari, si sta promovuendo la costituzione di un Comitato nazionale per il riconoscimento del diritto al matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.

È quindi a tutti i cittadini che condividono e vivono i valori della piena democrazia, sanciti solennemente nella nostra Carta costituzionale, che rivolgiamo l’invito a sottoscrivere questo appello e a unirsi a noi nella richiesta di sostenere il riconoscimento del diritto di tutti i cittadini, senza distinzioni basate sull’orientamento sessuale, a poter creare la propria famiglia e ad assumere davanti alla legge i diritti e gli obblighi che derivano dal matrimonio.

È giunto il tempo che certi diritti, come il diritto al matrimonio e a costituire una famiglia, diventino diritti certi per tutti!

IVAN SCALFAROTTO
Vice Presidente dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico
SERGIO  ROVASIO
Segretario dell’Associazione radicale Certi Diritti

FIRMATE L’APPELLO

L’inganno ed il delirio: terapie riparative e modelli della relazione d’aiuto

March 2nd, 2010 admin No comments
Le terapie riparative sono un’assurdità per almeno tre aspetti: il primo è che nell’omosessualità non vi è nulla da riparare, se non, a volte, il dolore e la disperazione provocati dal rifiuto e dal disprezzo,  proprio e altrui.  Il secondo è che il “danno”, di cui parlano i riparatori, presuppone una rigida linearità dello sviluppo psichico, uguale per tutti, in ragione della quale ogni deviazione dalla “norma” costituisce un guasto da riparare. Eppure, non solo la pretesa universalità di tale sviluppo è tutta da dimostrare ma, quando anche venisse comprovata, e lasciando per un momento da parte l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rimarrebbe certamente da spiegare perché la deviazione costituisca una patologia da curare. La psicologia evoluzionistica, ad esempio, molto recentemente ha elaborato alcuni modelli matematici che spiegano l’origine evoluzionistica ed il mantenimento dell’omosessualità maschile tra gli esseri umani: l’ipotesi di fondo è quella di una selezione sessualmente antagonista che avvantaggia un sesso e svantaggia l’altro (Camperio Ciani, Cermelli, Zanzotto, 2008; Iemmola, Camperio Ciani, 2009).  Il terzo aspetto è legato al fatto che nessuno psicologo o psichiatra ha il potere di “riparare” alcunché, quando anche ci fosse un danno, e non (solo) perché ciò sia scorretto o immorale ma proprio perché, concretamente, non è possibile.  Chiunque lo faccia credere si avvicina più alla ciarlataneria o alla magia che alla cura e all’aiuto alle persone.  Nel convegno svoltosi alcuni mesi fa a Roma su omosessualità e terapie riparative, mi è parso che quasi tutti i relatori condividessero, in fondo, questo “delirio di onnipotenza”  sul ruolo del terapeuta, col risultato di trasformare un’occasione di incontro sulle potenzialità della psicologia e della psicoterapia, in un ring di scontro ideologico che sembrava avere poco a che fare con le possibilità di aiuto alla persona.
Sia i sostenitori che i detrattori delle terapie riparative, attualmente,  sembrano  molto impegnati a marcare i rispettivi territori e ad acuire la divisione, invece di individuare percorsi più creativi e meno ideologici per sottrarsi alla trappola concettuale della “terapia ripartiva”. D’altronde, promuovere, almeno teoricamente, una scissione dell’integrità psichica dell’individuo, come le pratiche riparative aspirerebbero a fare, non può non produrre, a catena e specularmente, una scissione culturale e sociale. E’ evidente, infatti, che la confusione, il rumore e le divisioni che le terapie riparative producono in ambito culturale, sociale e politico, siano decisamente fuori proporzione rispetto allo scarso peso che hanno in ambito psicologico.
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Penso che le terapie riparative non abbiano alcuna efficacia: non scommetterei un centesimo sulla loro possibilità di incidere sull’orientamento sessuale delle persone e, di converso, non credo alla loro possibilità di creare danni reali. Gli studi condotti sino ad oggi sugli esiti “positivi” e sugli effetti nocivi non hanno prodotto risultati degni di attenzione: quel che si può certamente affermare è che le terapie riparative siano ingannevoli e inutili.  Piuttosto, a fare danno sono le cattive intenzioni – la mancanza di etica – di chi le pratica. E’ la bassa, a volte infima, qualità etica della relazione d’aiuto  che crea danno, non la terapia in sé. E’ la scarsa, a volte infima, qualità umana del professionista a creare danni, non qualche discutibile e forse inefficace strategia di modificazione del comportamento. La terapia aiuta principalmente attraverso la relazione con l’altro e, pertanto, è una cattiva intenzione – consapevole o inconsapevole – nella relazione con l’altro ad essere deleteria. Odiare o provare disgusto per l’omosessualità del proprio paziente (e/o per la propria) e, dunque, allearsi con la sua autodistruttività costituisce la causa reale dei problemi provocati dai riparatori, ben più che lo “strumentario” approntato per l’occasione.
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Ma, come si può intuire, la questione è ben più complessa ed ha una portata più vasta di ciò che, a prima vista, può essere suggerito dal tema della “riparazione”. La scarsa qualità etica della relazione e del professionista è un problema che va molto al di là del tema delle terapie riparative e persino delle stesse professioni d’aiuto. E’ significativo che, proprio in occasione del convegno sopra citato, solo uno psicologo e psicoterapeuta statunitense, Jack Dresher, abbia riassunto in una frase, rivolta ai giovani terapeuti, il senso reale dell’aiuto psicologico, della consulenza e della terapia: “Sono stato sorpreso nel sentire che lo scopo della terapia è di arrivare ad una “congruenza”. Questo mi ha sorpreso. Perché questo non è il mio obiettivo terapeutico. Lo scopo della psicoanalisi (ndr.: di qualsiasi terapia seria) è invece la tolleranza delle contraddizioni interne a noi stessi, dobbiamo imparare a vivere con le nostre contraddizioni, mentre l’unico modo per raggiungere la congruenza è rimuovere uno dei due aspetti di una contraddizione.”
Lo psicologo o lo psicoterapeuta non hanno l’obiettivo di eliminare una od entrambe le parti in conflitto all’interno di una persona: al contrario, il loro compito è quello di facilitare il dialogo fra le parti, di evitare, per lo meno, che le parti si ignorino e che, cristallizzandosi nelle loro posizioni, generino sintomi. Banalmente, l’obiettivo è integrare, non disintegrare; lo scopo non è risolvere conflitti, ma produrre movimento e dinamicità. Il cambiamento di comportamento del paziente è frutto di una sua libera scelta, non dell’intervento magico o “riparatore” del terapeuta. Lo scopo della terapia è di restituire al paziente il senso della sua libertà, della sua autonomia, della sua responsabilità e persino della sua creatività in relazione a ciò che è e a ciò che ha, non a “quel che avrebbe avuto se…” o a “quel che sarebbe stato se…”.
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E’ evidente, dunque, che dietro la proposta di conversione dell’orientamento sessuale ci sia non solo un chiaro imbroglio su ciò che la psicologia o la psicoterapia possono o non possono fare – ma gli studi scientifici certificano, paradossalmente, con l’assenza di prove, in un senso o in un altro, i limiti del potere terapeutico -, ma anche un problema ben più grave, che riguarda il sempre vivo e mai tramontato “modello medico” in ambito psicologico.
Il “delirio” – come definirlo altrimenti? – è che lo psicologo o lo psichiatra siano una sorta di “chirurghi” dell’anima, che tagliuzzano, estirpano, sradicano, asportano o, al contrario, inseriscono, iniettano, trapiantano, traumi, problemi, esperienze negative, tendenze, orientamenti, valori.  E quest’ultima è una bugia pure peggiore della prima.
Se l’inganno delle terapie riparative, infatti, per quanto grave, rimane comunque contenuto nell’ambito della popolazione gay e lesbica, la visione dell’operatore della salute psichica come il “dottore” dell’anima al quale è possibile rivolgersi perché “lui” faccia qualcosa e, dunque, cambi anche l’orientamento sessuale (ma potrebbe essere, come di fatto è, qualunque altra cosa “sgradita”) è una mistificazione culturale disastrosa e che sta all’origine della prima. Il raggiro consiste nel perpetuare l’illusione di una psicologia che, invece di restituire alle persone la responsabilità della propria vita e la libertà di scelta connaturata all’esistenza umana, propone un modello di aiuto fondato su una polarità soggetto-oggetto_di_cura, gerarchicamente organizzata – terapeuta up, paziente down – dove l’attenzione è concentrata sugli “strumenti” (le fantomatiche “terapie riparative”) o sul “sapere” dell’operatore e non sulla qualità della relazione e sulla sua “bontà” etica.
Il problema, insomma, va ben oltre le terapie riparative e investe il senso stesso delle professioni d’aiuto. Il quesito centrale non è se sia più o meno lecito, più o meno etico, modificare l’orientamento sessuale dei pazienti: una volta chiarito che questo non è possibile, la faccenda perde totalmente di interesse, almeno per la psicologia. La politica continua a sguazzarci dentro, come se solo negli scarti di tutto ciò che è autenticamente umano riuscisse a trovare una sua dimensione, ma non è affare questo che possa seriamente riguardare una professione già abbastanza vilipesa dagli schemi culturali correnti.
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Il punto è invece un altro: quale tipo di relazione di aiuto e di cura si vuole sviluppare? A quale modello si vuole fare riferimento? Si preferisce perpetuare l’inganno del “modello medico” o gli psicologi e gli psicoterapeuti nostrani vorranno finalmente riconoscere nel paziente un soggetto (e non un oggetto_di_cura) libero, autonomo e responsabile, capace di autodeterminarsi, con i suoi valori e le sue ideologie, le sue credenze e i suoi pregiudizi, e nella relazione di aiuto ciò che permette all’altro di essere pienamente ciò che è e non ciò che si vorrebbe (il terapeuta, la mamma, Freud, etc.) che fosse?
E’ possibile, insomma, una relazione di aiuto che smetta di ingannare e di auto ingannarsi, che rinunci alla verità standard valida per tutti e valorizzi, invece, la preziosità delle verità che ciascuno, con la sua testa e con il suo corpo, riesce a trovare?
Fabio Meloni – psicologo