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Archive for February, 2010

Torino, città d’Europa

February 28th, 2010 LuisaM No comments

Dal blog di Ivan Scalfarotto:

Con il matrimonio ieri di Debora e Antonella, per una giornata a Torino (e non è chiaramente un caso che sia successo in una delle città meglio amministrate d’Italia) è stato come essere in qualsiasi posto d’Europa, dove gli Stati non mettono bocca sul merito delle scelte coniugali dei cittadini adulti. Il 23 marzo la Corte Costituzionale dovrà finalmente pronunciarsi sull’argomento e, nella peggiore delle ipotesi, spiegarci finalmente con solide ragioni giuridiche (e non solo con motivi storici, tradizionali o religiosi) per quale motivo in Italia si ammette l’esistenza di cittadini a diritti diminuiti. «Non posso sposarvi perché la legge italiana non lo consente, ma ho voluto presenziare questa bella cerimonia augurandomi che la mia presenza possa servire a far dire a tutti che siete cittadini di serie A, come tutti noi» ha detto Sergio Chiamparino, che era lì a metterci tutta l’autorevolezza sua e della sua carica di Sindaco, a cui dedico una commossa e convinta standing ovation.

Dal blog dell ‘On. Paola Concia, che ha partecipato al matrimonio:

(AGI) – Torino, 27 feb. – “Credo che la cosa piu’ importante, dal punto di vista politico, oggi, e’ che, per la prima volta un sindaco di una grande citta’ e presidente dell’Anci, mette la sua faccia per un gesto simbolico e importante. Il fatto che un uomo moderato, come Chiamparino, abbia agito cosi’ deve far riflettere i moderati del Parlamento: forse il vaso e’ colmo e si deve affrontare con pacatezza, ma seriamente, anche in Italia il tema delle unioni tra due persone dello stesso sesso”. Cosi’ la parlamentare del Pd Anna Paola Concia che, oggi, a Torino, ha partecipato al matrimonio di Antonella e Debora.
Concia ha poi voluto ringraziare le due spose “per la loro grande generosita’ di aver voluto mettere a disposizione della causa la propria vita privata”. “E’ un gesto di grande generosita’, tanto piu’ per un matrimonio che non puo’ essere riconosciuto ufficialmente. Io vorrei – ha detto ancora la parlamentare del Pd che quest’anno si sposera’ a Francoforte con la sua compagna – non esistessero piu’ gesti simbolici e che due donne o due uomini potessero anche in Italia esaudire il loro desiderio di sposarsi come le coppie di molti Paesi europei”.
Sulla stessa linea anche la senatrice del Pd Magda Negri, presente alla cerimonia di Torino, che ha osservato: “il parlamento deve fare la sua parte. E’ difficile ma non impossibile. E penso che la forma dei patti civili di solidarieta’ del modello inglese sia un buon punto di partenza per riconoscere dignita’ e diritti a tutti, anche alle persone omosessuali”. (AGI)

La scuola di tutti e per tutti, sit-in a Roma il 18 marzo

February 21st, 2010 AlessandroB No comments

Finalmente qualcosa si muove! In questi due ultimi anni è stata minata nelle fondamenta una vera eccellenza italiana: l’integrazione delle disabilità nella scuola primaria italiana. I tagli della finanziaria e i decreti della Gelmini hanno di fatto falcidiato le ore di sostegno e i progetti scolastici di integrazione. I comuni hanno azzerato le ore di assistenza delle cooperative sociali che hanno il compito di fornire il sostegno per accudire il bambino con problemi. Si perchè vedete se un bimbo deve andare in bagno o necessita di essere imboccato o pulito, non è un compito per l’insegnante di sostegno o per il bidello, ma per una figura terza che è l’educatrice scolastica.

Ora capite bene che un bambino problematico in una classe senza l’adeguato supporto non è più una risorsa, ma un problema per la classe tutta. E’ impensabile pensare ad una vera integrazione senza il supporto adeguato, creando il duplice problema di rendere impossibile il conseguimento di obiettivi adeguati per il bambino e negare l’arricchimento per tutta la classe che questo comporta in termini di scambio e confronto. Vedete formare un bimbo nelle scuole elementari non significa solo insegnargli a leggere e far di conto, ma anche (soprattutto) gettare le basi dell’uomo del futuro, il confronto con la diversità e l’altro da se diventa un percorso di crescita e insegnamento importante che ci si porterà dietro per tutta la vita. In un colpo solo tuttociò è stato praticamente azzerato. Io personalmente ho risolto pagando di tasca mia un progetto di intervento psico educativo tra casa, scuola e centro di riabilitazione, questo mi costa circa 1000 € al mese, un sacrificio che nasce dalla consapevolezza che solo in questa finestra si potrà fare quello che serve. Ma io questo sacrificio me lo posso permette, ma chi non può? Tremo all’idea… Di contributi anche parziali della scuola pubblica manco parlarne, di mettere su mio figlio persone formate per la bisogna, nisba. Tutto è lasciato al singolo e all’umanità di insegnati e bidelli (che a dir la verità spesso fanno il loro lavoro cono entusiasmo e sacrificio). Non si può continuare a subire questo stato di cose.

Per questo ho scritto queste righe, per comunicarvi una iniziativa importante che sta nascendo sulla rete:
LA SCUOLA DI TUTTI E PER TUTTI SIT-IN
PIAZZA BERNARDINO DA FELTRE ANTISTANTE AL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE ROMA , il 18 marzo con un tam tam incessante sulla rete ci vedremo in tantissimi per dire il nostro basta a questo stato di cose fatto sulla pelle dei nostri figli!

Venite in tantissimi e date visibilità!!

Alessandro Bocchetti

Nessuno ci può riparare

February 19th, 2010 LuisaM 3 comments

Questo il titolo di una petizione che sta girando su Facebook e che trovate qui.

La petizione, promossa da www.psicologiagay.com, ha come obiettivo ” sollecitare gli Ordini nazionali dei medici e degli psicologi perchè prendano una posizione chiara, pubblica e definita in merito al concetto di orientamento sessuale (che ha sollecitato la pregiudiziale di incostituzionalità della cd. legge Concia), in merito alla non scientificità delle terapie riparative, perchè intervengano qualora loro iscritti scrivano/dicano pubblicamente affermazione assolutamente contrarie a quanto la comunità scientifica asserisce e verifica”.

Ma che cosa sono le cosiddette  ”terapie riparative“?
Lo spiega Chiara Lalli, in un articolo pubblicato su Giornalettismo il 5 novembre 2008:
http://www.giornalettismo.com/archives/9307/la-terapia-riaddrizza-i-froci/

Su questo articolo di Pride invece, la testimonianza di chi è passato da questo tipo di terapia e di chi ha sperimentato addirittura cure ormononali, per un anacronistico e vergognoso tentativo di cura della propria omosessualità.

Omosessualità e Vangelo

February 18th, 2010 LuisaM No comments

Grazie a Pasquale Quaranta, una intervista di Don Franco Barbero, sacerdote, teologo, impegnato nella Comunità di Base di Pinerolo.  Dimesso dallo stato clericale nel 2003 per le sue posizioni difformi dalla dottrina della Chiesa Cattolica.

Una firma contro la repressione in Uganda

February 17th, 2010 admin No comments

(da Piero Filotico)
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“Il Parlamento dell’Uganda sta per far passare una nuova legge brutale che prevede che gli omosessuali siano puniti con l’arresto o la pena di morte .

Iniziali critiche a livello internazionale hanno spinto il presidente a richiedere una revisione della legge. Ma dopo che lobby di estremisti ben finanziate hanno fatto pressione sembra che la proposta di legge stia per passare — minacciando persecuzioni e pene di morte.
L’opposizione alla proposta di legge sta crescendo, anche da parte della Chiesa Anglicana. Frank Mugisha, ugandese difensore dei diritti degli omossessuali scrive che Questa legge ci metterebbe in serio pericolo. Per favore, firmate la petizione e incoraggiate altri a mettersi dalla nostra parte – se ci sarà una enorme riposta a livello globale, il nostro governo si renderà conto che l’Uganda verrebbe isolata a livello internazionale per questa legge e la boccerebbe.
Dal momento che la decisione sarà presa nei prossimi giorni, soltanto un’ondata di pressione irresistibile a livello internazionale potrebbe salvare la vita di Frank e di molti altri. Diamo vita ad una imponente petizione per fermare questa legge che condannerebbe a morte gli omosessuali — clicca qui per dare il tuo contributo e poi inoltra questa email:

http://www.avaaz.org/it/uganda_rights_3/?vl

La petizione sarà consegnata al Presidente Museveni e al Parlamento alla fine di questa settimana da personaggi di rilievo della società civile ugandese e della Chiesa. I sostenitori della pena di morte hanno organizzato una marcia questa settimana, per cui le nostre voci devono sovrastare le loro!
La legge prevede l’ergastolo per chiunque sia riconosciuto colpevole di avere rapporti sessuali con individui dello stesso sesso e impone la pena di morte per i “recidivi”. I membri delle ONG che stanno lavorando per impedire la diffusione dell’AIDS potrebbero essere arrestati fino a 7 anni con l’accusa di “promuovere l’omosessualità”. Anche la gente comune potrebbe rischiare fino a tre anni di prigione per mancata dichiarazione di rapporti omosessuali alla polizia entro le 24 ore!
I difensori della proposta di legge sostengono che questa legge difende la cultura nazionale, ma le maggiori critiche alla legge vengono proprio dall’Uganda. Il Reverendo Canon Gideon Byamugisha – uno fra i tanti che ci hanno scritto – dice:

Viola le nostre culture, le nostre tradizioni e valori religiosi che invece ci insegnano a combattere l’intolleranza, l’ingiustizia, l’odio e la violenza. Abbiamo bisogno di leggi che proteggano le persone — non che le umiliino, ridicolizzino, perseguitino e le uccidano in massa.

Rifiutando questa pericolosa proposta di legge e associandoci alla forte opposizione contro di essa, possiamo contribuire a creare un importante precedente. Creiamo un forte sostegno per i difensori dei diritti umani in Uganda e salviamo delle vite fermando questa legge—firma adesso qui, poi coinvolgi i tuoi amici e familiari:

http://www.avaaz.org/it/uganda_rights_3/?vl

Con speranza e determinazione,

Alice, Ricken, Ben, Paul, Benjamin, Pascal, Raluca, Graziela e tutto il team di Avaaz

FONTI (INGLESE)

Lettera africana diretta al Presidente dell’Uganda perchè non approvi la proposta di legge Anti-omossessualità:
http://www.africafiles.org/article.asp?ID=22761

Un capo della Chiesa ugandese definisce la proposta di legge anti-gay come “genocida”:
http://www.guardian.co.uk/katine/2009/dec/04/gideon-byamugisha-homosexuality-bill

Valutazione dell ‘impatto della Bozza di Legge ugandese Anti-Omosessualità sui Diritti Umani, di Sylvia Tamale, Preside della Facoltà di Legge presso l ‘Università di Makerere, Uganda:
http://www.zeleza.com/blogging/african-affairs/human-rights-impact-assessment-ugandas-anti-homosexuality-bill-sylvia-tamal

CHI SIAMO
Avaaz.org è un’organizzazione non-profit e indipendente, che lavora con campagne di sensibilizzazione in modo che le opinioni e i valori dei popoli del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali. (Avaaz significa “voce” in molte lingue.) Avaaz non riceve fondi da governi o aziende ed è composta da un team internazionale di persone sparse tra Londra, Rio de Janeiro, New York, Parigi, Washington e Ginevra. +1 888 922 8229″

Italiano è colui che contribuisce alla cultura italiana – di Sandro Gozi

February 15th, 2010 LuisaM No comments
Dal sito di Sandro Gozi il suo Panel per il Seminario di Orvieto dedicato ai diritti civili e di cittadinanza.
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SE COMINCIO PARAFRASANDO ISOCRATE, MAESTRO NELL’APPLICAZIONE DELL’ARTE RETORICA ALLA POLITICA, E’ PERCHE’ SONO QUI PER PARLARE DEI DIRITTI DELLE PERSONE, DELLE LEGGI CHE LI GARANTISCONO E DELLE IDEE CHE LI DEFINISCONO.
IN FIN DEI CONTI SONO QUI PER PARLARE DI POLITICA, QUELLA VERA, FATTA DI IDEE E PASSIONI, DI VALORI CONDIVISI, DI LOTTE CIVILI, DI LAVORO LEGISLATIVO.
CI VOGLIONO TANTE SPINTE, SPIRITUALI, IDEALI E TECNICHE, PER FARE IN MODO CHE I DIRITTI CHE PAIONO SACROSANTI PER IL NOSTRO SENSO MORALE SIANO RICONOSCIUTI A TUTTI I CITTADINI.
CI VOGLIONO CUORE E INTELLIGENZA PER ALLARGARE A TUTTI LA POSSIBILITA’ DI ESERCITARE QUESTI DIRITTI. E PERCIO’ SONO PARTICOLARMENTE CONTENTO, OGGI, DI ESSERE QUI INSIEME A STEFANO RODOTA’, PADRE DELLA LEGGE SULLA PRIVACY, A BEPPINO ENGLARO E MINA WELBY, CHE HANNO VISSUTO DOLOROSAMENTE, SULLA LORO PELLE E SU QUELLA DELLE PERSONE A LORO PIU’ CARE, GLI EFFETTI DELL’IPOCRISIA ITALIANA IN TEMA DI LIBERTA’ DI SCELTA DEI MALATI, E DI PAOLA CONCIA, COLLEGA PARLAMENTARE SEMPRE IN PRIMA LINEA NELLE BATTAGLIE POLITICHE SUI DIRITTI CIVILI.
HO INIZIATO CITANDO UN GRANDE FILOSOFO DELL’ARTE RETORICA, ISOCRATE.
ITALIANO E’ COLUI CHE CONTRIBUISCE ALLA CULTURA ITALIANA,  MA ISOCRATE NATURALMENTE PARLAVA AI GRECI, UN FILOSOFO DI DUEMILAQUATTROCENTO ANNI FA CI PORTA GIA’ DENTRO IL TEMA DELLA CITTADINANZA.
IL GOVERNO SOCIALISTA, IN GRECIA, STA PENSANDO DI RENDERE PIU’ FACILE IL RICONOSCIMENTO DELLA CITTADINANZA AI FIGLI DI STRANIERI CHE DIVENTANO MAGGIORENNI. SEMBRA BANALE, NO?
HAI VISSUTO DICIOTTO ANNI DELLA TUA VITA IN GRECIA O IN ITALIA, E QUINDI SEI GRECO O ITALIANO.
EPPURE ANCHE DA NOI, OGGI, QUESTA OVVIETA’ E’ QUASI FANTASCIENZA.
A MENO CHE UNO NON FACCIA IL CALCIATORE DELL’INTER E SI CHIAMI BALOTELLI, GLI OSTACOLI PER VEDERE RICONOSCIUTA L’APPARTENENZA AL PAESE CHE QUESTE PERSONE SENTONO LORO, PERCHE’ CI SONO NATE, PERCHE’ PARLANO LA NOSTRA LINGUA, PERCHE’ CONOSCONO LA NOSTRA CULTURA MOLTO MEGLIO DI QUELLA DEL PAESE D’ORIGINE DEI GENITORI, SONO SVARIATI E  INNUMEREVOLI.
SONO GLI OSTACOLI CHE L’IPOCRISIA, IL VUOTO LEGISLATIVO E L’ARBITRIO PERMETTONO DI ESERCITARE AI BUROCRATI NOSTRANI.
ORA, VI CHIEDO PER UN MOMENTO DI PORVI QUESTA DOMANDA: COSA STIAMO FACENDO, NEL MOMENTO IN CUI NEGHIAMO DIRITTI ELEMENTARI A RAGAZZI DI DICIOTTO ANNI?
STIAMO FERMANDO L’INVASIONE DEI BARBARI?
DIREI PROPRIO DI NO.
I BATTELLI DI DISPERATI SBARCANO TUTTI I GIORNI, SOLO CHE LA TELEVISIONE E’ COSI’ GENTILE CHE NON CE LI FA VEDERE.  STIAMO DIVIDENDO GLI IMMIGRATI BUONI DA QUELLI CATTIVI, COME PIACE IMMAGINARE ALLA RETORICA DI DESTRA? DIREI ANCORA DI NO.
QUI STIAMO PARLANDO DI PERSONE CHE SI SENTONO ITALIANE A TUTTI GLI EFFETTI. EPPURE FATICANO  AD ESERCITARE IL LORO DIRITTO A VEDERSI RICONOSCIUTE TALI.
E POI STIAMO FACENDO QUALCOSA DI MOLTO PEGGIO. E LO STIAMO FACENDO SOLO A NOI STESSI.
STIAMO NEGANDO A NOI STESSI IL DIRITTO DI ACCOGLIERE FORZE NUOVE, GIA’ AMPIAMENTE ASSIMILATE ALLA NOSTRA CULTURA, GIA’ ITALIANIZZATE E PIENE DI FORZA E DI VOGLIA DI PARTECIPARE ALLA VITA E ALLA CULTURA DEL NOSTRO PAESE.
STIAMO RINUNCIANDO A FORZA, ENERGIA, IDEE, PERCHE’ VORREMMO SELEZIONARE I GIOVANI DA ACCOGLIERE IN ITALIA SECONDO IL PRINCIPIO DEL SANGUE E NON SECONDO QUELLO DEL CUORE, DELLA LOGICA E DELLA CULTURA.
STIAMO FACENDO QUALCOSA DI INUTILE, DI SBAGLIATO, DI MORALMENTE INACCETTABILE E, PEGGIO DI TUTTO, STIAMO FACENDO UNA COSA IDIOTA. COSI COME E’ INACCETTABILEE OTTUSO NEGARE IL DIRITTO DI SCELTA.
Si applica molto bene all’Italia di oggi un passaggio della sentenza della Corte Suprema USA nel famoso caso Nancy Cruzan, del 1978: “…Morire è un fatto personale…I più grandi pericoli per la libertà scaturiscono dall’insidiosa invasione da parte di uomini di zelo, ben intenzionati ma ottusi…”.
Il diritto di scelta non è alternativo alla vita, ma ne è parte integrante e insostituibile. Non c’è vita democratica senza diritto di scelta, e ciò è ancora più vero alla luce dei progressi della scienza. La strategia usata, dalla destra e da una parte della sinistra, di voler far coincidere Vangelo e legge non porta però l’Italia rinuncerebbe  a entrare nella modernità. La tentazione della Chiesa di un arroccamento in chiave conservatrice  è crescente, ma ci porterebbe ad un’epoca precedente al Concilio Vaticano II. Per la Chiesa, ciò comporterebbe il rischio di rinunciare a stare nella storia, a ricevere dall’evoluzione della società le indicazioni e gli stimoli per rileggere il vangelo e di abbandonare il ruolo di formazione delle coscienze. Comporterebbe cioè la rottura con il grande passo in avanti di Giovanni XXIII: “non è l’evangelo che cambia, siamo noi che lo comprendiamo meglio”. Per la politica italiana, significherebbe una forte involuzione, provocata da una divergenza, una vera e propria rottura sui valori di fondo che rende ancora più difficile la reciproca legittimazione tra i diversi schieramenti.
VORREI AGGIUNGERE UNA COSA, A PROPOSITO DI ELUANA E WELBY. SONO STATI CHIARAMENTE USATI DA UNA PARTE DI POLITICI COME UNA SCUSA. COME UN RACCONTO CHE FUNZIONAVA BENE. DAL LORO PUNTO DI VISTA AVEVAMO UNA PERSONA CHE POTEVA TORNARE IN VITA (E L’AUTOPSIA HA POI DIMOSTRATO CHE NON ERA VERO, PERCHE’ IL CERVELLO DELLA POVERA ELUANA SI ERA ATROFIZZATO) E CHE VENIVA UCCISA DALLA PROTERVIA DEGLI SCIENZIATI LAICISTI. UN’ALTRA CHE NON VOLEVA PIU’ VIVERE GRAZIE AL SOLO AUSILIO DELLA TECNOLOGIA, QUELLA SOFFERENZA NON LA RITENEVA PIU’ SOPPORTABILE.
ORA, QUESTA BARZELLETTA CI E’ STATA AMMANNITA DA VENTISEI CANALI TELEVISIVI CONTEMPORANEAMENTE E QUESTO SEMPLICE FATTO L’HA RESA PLAUSIBILE.
RAGIONAMENTI DEL TUTTO INVEROSIMILI, POICHE’ BASATI ESCLUSIVAMENTE SU UNA FEDE CIECA E APRIORISTICA, SONO PASSATI DALLA TV ALLE CASE DEGLI ITALIANI COME SE FOSSERO BASATI SU SOLIDE FONDMANTA LOGICHE E SCIENTIFICHE.
NON SI PUO’ OBBLIGARE QUALCUNO A RESTARE IN ATTESA DI UN PRODIGIO. CHI SE LA SENTE E’ LIBERO DI FARLO. ALTRETTANTO DEVE ESSERLO CHI CREDE NELLA SCIENZA E NON VUOEL RESTARE SOSPESO IN UNA CONDIZIONE DI NON VITA.
CHIUDO TORNANDO ANCORA UNA VOLTA A ISOCRATE E AL RUOLO DELLA POLITICA. QUESTO GRANDE FILOSOFO GRECO CONTRASTAVA I SOFISTI PERCHE’, SECONDO LUI LA RETORICA ERA UN’ARTE MORALE: DOVEVA SERVIRE A FAR FUNZIONARE LA VITA POLITICA E NON SOLO A PREVALERE A PAROLE SUGLI AVVERSARI.
PER ISOCRATE, LA RETORICA DOVEVA BASARSI, NECESSARIAMENTE, SU VALORI MORALI E CIVILI.
L’ARTE DELLA PAROLA RICHIEDEVA CULTURA E SI BASAVA SU UN PROGRAMMA EDUCATIVO.
IN POCHE PAROLE, ISOCRATE CREDEVA ALLA POLITICA CHE SI BASA SU IMPEGNO, PASSIONE E RISPETTO  DEGLI ALTRI.
IO CREDO NEGLI STESSI PRINCIPI. E DA PARLAMENTARE DEL PD, DEVO DIRE CHE MI PIACEREBBE DI PIU’ UN PARTITO MENO OSSESSIONATO DALLA TATTICA, MENO OBNUBILATO DALL’OBBLIGO DI CONDURRE SOLO BATTAGLIE VINCENTI, MENO TESO AD ALLEANZE CON QUESTO E QUELLO IN FUNZIONE ANTIBERLUSCONIANA.
MI PIACEREBBE UN PARTITO CHE COMBATTE LE BATTAGLIE IN CUI CREDE, CHE PORTA AVANTI I DIRITTI DI CUI E’ CONVINTO, CHE LAVORA A LEGGI CHE RICONOSCANO A TUTTI LE STESSE OPPORTUNITA’.
MI PIACEREBBE CHE IL PD IMPARASSE A RAGIONARE CON IL CUORE. LE INTELLIGENZE PER FARE IL RESTO DEL LAVORO LE HA GIA’, MA DA SOLE  NON BASTANO E NON BASTERANNO MAI.
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Sandro Gozi

GLI INDIFESI – di Chiara Lalli

February 14th, 2010 LuisaM No comments

Adele e Stefano stanno per sposarsi e vogliono dei figli. Stefano va a Nasiriya per girare un film sulla vita dei soldati in Iraq. Salta in aria il 12 novembre 2003. Adele viene portata di peso fuori dal Vittoriano durante la commemorazione ufficiale: non è sposata e quindi non ha alcun diritto, nemmeno quello di commemorare il suo uomo.
Pubblicato sul numero 665 de “Il Mucchio Selvaggio” (dicembre 2009)

Adele Parrillo si trova suo malgrado a combattere una battaglia per molti diritti che non ci sono. Su questioni che sembrano relegate al privato di ognuno e invece fanno parte della società, della giustizia e del pubblico. I diritti mancanti riguardano molte persone. Non esiste alcun diritto per chi si ama e convive ma non ha la benedizione della legge.
Adele, secondo lo Stato italiano, è una estranea per Stefano Rolla. Dopo 12 anni passati insieme, 6 di convivenza e il progetto di avere figli. Aveva anche lasciato il lavoro per questo, avevano fatto le pubblicazioni di matrimonio e alcuni embrioni erano crioconservati in una clinica.
Nonostante ciò era una estranea invece che una moglie: nessun diritto, nemmeno al dolore, né l’onore di commemorare i morti con le altre vedove. “Non si nega a nessuno questo diritto, nemmeno a chi porta un fiore al Vittoriano o lascia un ricordo. A me neppure quello. Al Vittoriano, durante la commemorazione ufficiale dei morti di Nasiriya – ricorda Adele – mi hanno preso in tre e sbattuto fuori con la forza. Perché io e Stefano non eravamo sposati. E dentro c’erano anche le fidanzate dei militari. E il compagno della figlia di Stefano. E io fuori. Nella loro logica perversa anche lui sarebbe dovuto stare fuori. E invece?”.
Ovviamente non le spettava nemmeno alcun riconoscimento patrimoniale o vitalizio. Un fantasma, come se non fosse mai esistita. Forse anche meno. Sarebbe cambiato qualcosa se fosse stata la “vedova” di un militare invece che di un civile?
Adele non ha nemmeno diritto alle donazioni dei privati, perché finiscono su un conto corrente gestito dal Ministero dell’Interno che poi le divide tra le vedove. Solo quelle ufficiali.
Sta facendo ricorso contro il Ministero dell’Interno per averle negato l’ammissione al programma di indennizzo previsto per le vedove.
Comunque andrà l’umiliazione che ha subito non ha rimedio. “Soprattutto se penso al matrimonio “in articulo mortis” celebrato tra Lorenzo D’Auria, ferito a morte in Afghanistan due anni fa, e la sua compagna Francesca. Sono felice – chiarisce Adele – che Francesca e i suoi figli abbiano una pensione e tutti i riconoscimenti ufficiali, ma sono furibonda che il governo italiano abbia fatto ricorso a una norma del diritto canonico per garantire quei diritti che, per un convivente, non esistono. Uno Stato civile dovrebbe garantire gli stessi diritti a chi si trova nelle stesse condizioni. Invece per D’Auria è stata celebrata una cerimonia ipocrita e macabra (lui era incosciente) e a me non è stato concesso di partecipare ai funerali”.
Quando si parla e si pensa ai militari e alla guerra si mistifica spesso e ci si nasconde dietro a espressioni come “missione di pace” o altre frasi fatte, e li si identifica erroneamente con qualcosa di lontano.
Nel mio caso specifico, nel caso di Stefano Rolla, era una vera e propria missione di guerra. Tanto che gli hanno fatto firmare il codice militare penale di guerra prima di partire. La scusa era controllare il territorio per “esportare la democrazia”. In tutto questo perché dare il patrocinio a una troupe di civili per fare un film? Cosa c’è di più civile di questo?”.
Non era un documentario, come hanno detto e scritto tutti, ma una fiction. Aggiunge Adele: “Un prodotto ludico, lontano, lontanissimo dalla guerra. Fumo negli occhi. Nasiriya è soltanto un frammento del quadro generale. A subire i danni più gravi non sono i soldati: in questa “guerra preventiva” a pagare il prezzo più alto siamo tutti noi, cnelle guerre vere, altro che missioni di pace! I civili, i bambini, le donne che sono a casa ad aspettare – ma poi ci vanno anche le donne in guerra adesso. Per me non dovrebbero proprio esistere le guerre, e mi fa anche un po’ di impressione pensare che una donna scelga di andare in guerra”.
Dare il patrocinio a una troupe cinematografica a Nasiriya era uno dei modi per nascondere la verità. “Nel momento in cui il regista – prosegue Adele – ospite della caserma White Horse, salta in aria lo si commemora per sembrare civili (nel senso di civiltà). Il governo commemora i suoi morti come degli eroi. Io l’ho sempre detto: non sono eroi, sono vittime di una grossa mistificazione. Chi parte a fare una missione, a parte qualche eccezione, perché ci va? Molti erano padri di famiglia, anche loro vittime dell’inganno della missione di pace. Non è mica un caso che moltissimi di quelli che vanno sono figli di povera gente, non certo di Berlusconi o Bossi. Ma chi ci andrebbe in quell’inferno dell’Iraq? Autorizzare un film, mandare attori e registi in una zona di guerra, fa parte della bugia e dell’inganno che hanno lo scopo di avvalorare la pace, l’atmosfera ingannevole di pace. Stefano aveva 4 militari di scorta. Se un solo regista per un sopralluogo deve uscire obbligatoriamente con 4 guardie del corpo, allora una troupe di 40 persone ha bisogno di tutto il contingente di pace per fare un film? È inverosimile!”.
Le comparse le doveva controllare il comando, non si poteva entrare nella caserma. Perché non girare a Cinecittà o in Egitto? Gli americani ricostruiscono New York a Cinecittà. “White Horse era talmente anonima da poter essere copiata facilmente! Abbiamo ricostruito Venezia e non possiamo mettere in piedi quattro casermoni grigi e squallidi? E un po’ di sabbia? Avrebbero sicuramente rimandato il film in qualche modo, per evitare che il contingente italiano diventasse la scorta di una troupe cinematografica”.
In Afganistan l’ipocrisia si annida anche nelle regole di ingaggio: i militari non possono sparare per primi ma devono aspettare di essere provocati, come se dovessero aspettare di morire.
“Se penso a Kabul – dice Adele – o all’accordo tra il governo italiano e l’Eni per il petrolio in Iraq mi chiedo: le missioni di pace sono preventive per ottenere benefici economici? O per fare accordi sulla pelle dei poveracci che lo ignorano? E il castelletto dell’amor di patria per i 6 morti di Kabul? Ma quale patria? E i civili? E i bambini e le donne afgane? Che cosa stanno difendendo questi soldati? Quali confini? O quali interessi?”.
Solo quando muoiono i militari si parla di guerra e di morte, anche se parzialmente e impropriamente. Perché non si tributano gli stessi onori ai morti a Messina o ai morti sul lavoro? Morti a causa della incuria delle amministrazioni e dei soldi spariti. Morti senza avere nessuna responsabilità né colpa. Morti e dimenticati.
Un militare, in fondo, ha scelto di fare ciò che fa. Tutti gli altri invece subiscono l’incuria e la mala amministrazione. Morti per catastrofi pseudo-naturali, perché la casa non è stata costruita in un certo modo o in un certo luogo. Nei cantieri.
L’uranio impoverito è un altro argomento messo sotto al tappeto. “Eppure – sottolinea Adele – riguarda tutti noi, non solo la Bosnia e il Kosovo. Nei poligoni di tiro della Sardegna (Perdas Defogu e Quirra, luoghi di pecore e pastori) e a Nettuno sono stati sparati proiettili all’uranio impoverito. Sotto al nostro naso, nei nostri mari e nelle nostre spiagge. La gente che vive lì non lo dice per paura che le persone non ci vadano. Nessuno ne parla per paura di perdere il posto. E così via. Bombe all’uranio buttate in mare per disfarsene – alcune sono rimaste incagliate nelle reti dei pescatori. Mangiamo il pesce all’uranio”.
Non parlano i parenti dei morti poco più che ventenni di leucemia o linfoma di Hodgkin – morti in sei mesi dopo una breve missione di pace. C’è qualcosa che non va, ma non si hanno notizie, i genitori tacciono magari per paura che non siano attribuiti loro gli indennizzi. Nessuno fa indagini serie. Si conta sulla paura di questa povera gente. Che non ha niente e se continua così avrà ancora meno.
Dal 1993 c’è una disposizione negli Stati Uniti che impone di indossare le maschere; qui si è cominciato a mandare in giro circolari dieci anni dopo. “Nessun soldato italiano indossa maschere. Vanno in giro senza protezione. Non uccide solo la guerra. E poi parlano dei 6 morti che fanno notizia, giocando sui bassi istinti: la morte e la sua spettacolarizzazione. Chi torna e muore in silenzio non merita nulla. E i figli di questi morti non meritano nulla? E i malati? Sempre noi li abbiamo ammazzati. Perché non proteggiamo i nostri soldati? Perché non li  equipaggiamo con tute e maschere e guanti adatti? I nostri soldati vanno in giro a mani nude e in t-shirt”, commenta Adele con amarezza.
Tutti negano. I nessi tra uranio e tumori di cui muoiono molti militari vengono smentiti ufficialmente – e non ci sono solo i morti, ma i danni genetici e i figli nati malformati. E poi nella Finanziaria dello scorso anno compaiono due commi (legge del 24 dicembre 2007, art 2, commi 78 e 79) relativi alle pda uranio impoverito. Vengono autorizzati dieci milioni di euro per ogni anno (triennio 2008-2010) per “infermità o patologie tumorali connesse all’esposizione e all’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e alla dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico”.  Sembra proprio il sintomo di una coscienza sporca.
Tanto più che non riguarda solo i militari, ma anche i civili presenti “nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio nazionale* E in caso di morte l’indennizzo andrà addirittura al convivente. Ma insomma, il convivente ha diritti oppure no?

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Ho ascoltato la storia di Adele dalla sua stessa voce,  nella sala di una piccola libreria di provincia, dove era venuta a presentare il suo libro “Nemmeno il dolore”.  Una donna solo all’apparenza fragile, ma con il coraggio di una leonessa. Ci ha raccontato la sua storia d’amore, una bellissima storia:  fatta di progetti, di condivisione, di vita. Una vita interotta dall’episodio tragico che tutti conosciamo. Ci ha raccontato uno Stato che non ha saputo accoglierla, nemmeno per piangere il suo uomo. Suo malgrado è diventata la testimonianza dell’ipocrisia del nostro sistema legislativo e dell’urgenza di avere presto una legge che tuteli le unioni di fatto.
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Grazie a Chiara Lalli ed a Il Mucchio Selvaggio per averci permesso di pubblicare l’articolo.
Il blog di Adele

La “Salute dei Migranti” secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità

February 10th, 2010 admin No comments

I nostri giovani, così poco “aperti”

February 9th, 2010 admin No comments

Leggendo quà è la, mi è saltato all’occhio un articolo, del quale metto il link http://www.unita.it/news/italia/94249/immigrati_il_dei_giovani_contrario_alla_loro_presenza_in_italia

Sono rimasta perplessa, ed ancora sto riflettendo per cercare di capire come sia possibile che i nostri ragazzi siano diventati così poco aperti ed ostili nei confronti dell’altro..i media? la scuola? la famiglia?

Francesca Pacchini

Eluana, la vita non è solo respiro – di Chiara Lalli

February 9th, 2010 admin No comments

È passato un anno dalla morte di Eluana Englaro. Diciotto anni dall’incidente mortale. Due morti diverse, spesso coincidenti: quella della coscienza, la morte mentale o biografica; quella che ti fa smettere di pensare e capire e sentire. E quella del corpo, assoluta e totale. Due morti diverse se si accoglie la premessa che la vita biologica è una condizione necessaria ma non sufficiente per la vita personale. Due morti diverse: una fortuita e accidentale; l’altra voluta, rivendicata come libertà e diritto di scegliere. E il volere la morte è qualcosa che non si perdona. Perché la vita è sacra e sono tutti bravi a dirti che non te ne puoi liberare, salvo poi magari ripensarci qualora si sia direttamente coinvolti. Perché la vita è sacra e il tuo volere non conta nulla.

Certo Eluana Englaro, proprio a causa di quella prima morte, non era in grado di manifestare quel volere con la sua voce. Perché la voce non ce l’aveva più. La sua famiglia si è incaricata di farsene dolente interprete. E lo ha fatto pubblicamente, reclamando un diritto e rifiutando di risolvere la questione portandosela a casa, di nascosto, nell’ombra domestica. Si può essere d’accordo oppure preferire la via più comoda e privata, ma non si dovrebbero insultare i genitori di Eluana Englaro e le ragioni che li hanno spinti a percorrere questa strada. Eppure gli insulti sono ancora vivi nella memoria di molti. “Assassini”, forse, non è nemmeno quello più ripugnante.

La storia di Eluana Englaro è rimasta per anni abbastanza lontana dal clamore mediatico. Una ragazza in stato vegetativo e la sua famiglia che, dopo essersi resa conto che la condizione clinica era gravissima e irreversibile, ha deciso di rispettare quelli che sarebbero stati i suoi desideri. Nulla di straordinario: in Italia l’autodeterminazione è garantita. La difficoltà stava nel ricostruire la volontà passata di Eluana e inferire la sua presunta volontà attuale. Una ricostruzione condotta in base alle testimonianze di chi l’aveva conosciuta. Con un margine di arbitrarietà inevitabile, ma con una unica alternativa: non fare nulla.

Non ci si può illudere che non facendo nulla ci si immunizzi contro gli esiti immorali o si possano evitare sgradite conseguenze, come se fosse possibile ibernare le nostre esistenze in un limbo senza tempo e senza effetti. Non facendo nulla, infatti, si sarebbe deciso di continuare a nutrire Eluana tramite il sondino; si sarebbe scelto di non domandarsi cosa avrebbe desiderato lei, ci si sarebbe sottratti a una domanda impossibile ma doverosa. La viltà non è la soluzione. Negli ultimi anni il caso di Eluana Englaro è diventato uno dei ring in cui si combatte la battaglia tra paternalismo e autonomia; tra prepotenza e rispetto dei desideri degli individui; tra visioni del mondo inconciliabili, perché chi ha la presunzione di possedere la Verità non perde tempo ad ascoltare le “bugie” altrui. Chi ha la presunzione di possedere la Verità vuole donarcela, anche con la violenza. Per il nostro bene, si intende.

La morte di Eluana Englaro ha indurito i toni della discussione sulle direttive anticipate, esasperando l’ipocrisia e la prepotenza dei sedicenti difensori della “vita”, di quelli che l’hanno vissuta come una bruciante sconfitta e non come una legittima richiesta, senza pretesa di universalizzazione da parte della famiglia Englaro. Hanno cercato di appropriarsi del suo corpo e della sua vicenda per dimostrare di avere ragione, dimostrando soltanto di essere avvoltoi mascherati da buoni samaritani.

La carica dei paternalisti ha cavalcato l’emozione e gli umori per urlare “mai più omicidi di Stato!, mai più la crudeltà di far morire di fame e sete qualcuno!”. Le parole sono tanto più pesanti quanto più si è in mala fede. E non è solo per ragioni di coerenza (verrebbe da chiedere a queste persone di non contraddirsi, per esempio, nel fottersene della la pena di morte, nell’ignorare i tanti malati abbandonati o le migliaia di morti sul lavoro). Le ragioni sono anche quelle di una interpretazione corretta degli avvenimenti, a partire dalla possibilità – che è di ogni Paese civile – di decidere sulla nostra esistenza, almeno nei termini di non iniziare o di interrompere qualsiasi trattamento. Dalla insensatezza di usare espressioni come “morire di fame e di sete”, perché la coscienza di Eluana Englaro era stata annientata da quell’incidente. Dal dire che era una persona che avrebbe potuto “anche in ipotesi generare un figlio” – come se questo potesse implicare il dovere di tenerla in vita per contribuire alla prosecuzione della specie, magari con un accenno al patriottismo che non ci sta mai male quando si sente odore di servi e padroni. Pochi hanno taciuto, pochi si sono interrogati sulle volontà di Eluana.

Ho visto Eluana nel gennaio del 2008. Nella stanza della struttura di Lecco dove è stata ospitata per molti anni. Nella stessa struttura in cui, per una ironica sorte, era nata. In quella stanza con un letto, le foto e alcuni peluche. Oggetti stridenti con il presente: le foto sorridenti, una giovinezza spezzata, e i pupazzi come se avesse avuto 4 anni. Non scriverò di quello che ho visto e di come era Eluana Englaro, siamo stati già travolti dalla pornografia, anche quella in buona fede, quella per raccontare e far capire. Chi voleva capire e sapere ha avuto tempo per farlo. Scriverò solo che se fossi stata Eluana mi sarei molto incazzata. O più precisamente: guardandola ho pensato che se mi fossi trovata a vivere quella esperienza non avrei sopportato di essere ostaggio inerme della curiosità altrui. E che ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di decidere della propria vita e della propria morte – che può significare anche non decidere, questo è un ennesimo vantaggio della libertà: poter scegliere di rinunciarvi, poter far scegliere altri. Ma tenersela ben stretta se la si desidera. E ho pensato anche che la legge sulle direttive anticipate farà scempio di questa libertà, la irriderà e continuerà a chiamarla tale dopo averla sacrificata in nome della Vita. Come pretendere di far volare un gufo impagliato?

L’unica, amara, consolazione è che da quel gennaio 1992 Eluana Englaro non è stata più in grado di rendersi conto di quanto stava accadendo intorno a lei.

Chiara Lalli

Qui il post originale : http://www.chiaralalli.com/2010/02/eluana-la-vita-non-e-solo-respiro.html

Giornalettismo, 9 febbraio 2010