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Si, lo voglio! FIRMATE L’APPELLO

March 4th, 2010 admin 5 comments

Firmate l’appello per far sì che che a tutti i cittadini e a tutte le cittadine venga  garantita parità e uguaglianza e pertanto anche il diritto di sposarsi, indipendentemente dal loro sesso e dal loro orientamento sessuale.

Martedì 23 marzo 2010 sarà un giorno importante per la storia italiana.

Il 23 Marzo la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sulla costituzionalità di alcune norme del Codice Civile (Articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis) che, in materia di matrimonio e famiglia, nel riferirsi genericamente a “marito” e “moglie”, discriminano le coppie di persone dello stesso sesso.

È da sottolineare che in Italia non esiste una definizione legale di matrimonio, né un divieto espresso al matrimonio tra persone dello stesso sesso, né la differenza di sesso è esplicitamente richiesta quale condizione per contrarre matrimonio.

Al contrario sono molti i principi costituzionali che ammoniscono contro l’esclusività del paradigma eterosessuale del matrimonio civile. Tra i più importanti la tutela della dignità di ognuno di cui all’art. 2, quindi il principio imperativo di uguaglianza, affermato dall’art. 3, infine le disposizioni della Carta di Nizza, patrimonio anche dell’Italia grazie all’art. 117.

Inoltre il diritto a sposarsi è sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dalla Carta Europea dei Diritti dell’Uomo e dalla Carta di Nizza.

Perciò dichiariamo che siamo profondamente convinti che a tutti i cittadini e a tutte le cittadine debba essere garantita parità e uguaglianza e pertanto anche il diritto di sposarsi, indipendentemente dal loro sesso e dal loro orientamento sessuale.

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Il 23 marzo la Corte costituzionale potrà finalmente ribadire la distinzione tra matrimonio religioso e matrimonio civile e affermare che il matrimonio civile tra persone dello stesso sesso non è un tema eticamente sensibile, ma semplicemente un diritto fondamentale della persona che non può essere negato.

Occorre affermare che il matrimonio civile è un istituto giuridico non sostituibile, né surrogabile da altri, e che solo con l’accesso anche delle coppie dello stesso sesso a tale istituto sono rispettati e pienamente applicati i principi fondamentali di eguaglianza e pari dignità sociale di tutti i cittadini, sanciti dalla nostra Costituzione.

Per questa ragione, congiuntamente a questo appello di cui siamo primi firmatari, si sta promovuendo la costituzione di un Comitato nazionale per il riconoscimento del diritto al matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.

È quindi a tutti i cittadini che condividono e vivono i valori della piena democrazia, sanciti solennemente nella nostra Carta costituzionale, che rivolgiamo l’invito a sottoscrivere questo appello e a unirsi a noi nella richiesta di sostenere il riconoscimento del diritto di tutti i cittadini, senza distinzioni basate sull’orientamento sessuale, a poter creare la propria famiglia e ad assumere davanti alla legge i diritti e gli obblighi che derivano dal matrimonio.

È giunto il tempo che certi diritti, come il diritto al matrimonio e a costituire una famiglia, diventino diritti certi per tutti!

IVAN SCALFAROTTO
Vice Presidente dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico
SERGIO  ROVASIO
Segretario dell’Associazione radicale Certi Diritti

FIRMATE L’APPELLO

L’inganno ed il delirio: terapie riparative e modelli della relazione d’aiuto

March 2nd, 2010 admin No comments
Le terapie riparative sono un’assurdità per almeno tre aspetti: il primo è che nell’omosessualità non vi è nulla da riparare, se non, a volte, il dolore e la disperazione provocati dal rifiuto e dal disprezzo,  proprio e altrui.  Il secondo è che il “danno”, di cui parlano i riparatori, presuppone una rigida linearità dello sviluppo psichico, uguale per tutti, in ragione della quale ogni deviazione dalla “norma” costituisce un guasto da riparare. Eppure, non solo la pretesa universalità di tale sviluppo è tutta da dimostrare ma, quando anche venisse comprovata, e lasciando per un momento da parte l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rimarrebbe certamente da spiegare perché la deviazione costituisca una patologia da curare. La psicologia evoluzionistica, ad esempio, molto recentemente ha elaborato alcuni modelli matematici che spiegano l’origine evoluzionistica ed il mantenimento dell’omosessualità maschile tra gli esseri umani: l’ipotesi di fondo è quella di una selezione sessualmente antagonista che avvantaggia un sesso e svantaggia l’altro (Camperio Ciani, Cermelli, Zanzotto, 2008; Iemmola, Camperio Ciani, 2009).  Il terzo aspetto è legato al fatto che nessuno psicologo o psichiatra ha il potere di “riparare” alcunché, quando anche ci fosse un danno, e non (solo) perché ciò sia scorretto o immorale ma proprio perché, concretamente, non è possibile.  Chiunque lo faccia credere si avvicina più alla ciarlataneria o alla magia che alla cura e all’aiuto alle persone.  Nel convegno svoltosi alcuni mesi fa a Roma su omosessualità e terapie riparative, mi è parso che quasi tutti i relatori condividessero, in fondo, questo “delirio di onnipotenza”  sul ruolo del terapeuta, col risultato di trasformare un’occasione di incontro sulle potenzialità della psicologia e della psicoterapia, in un ring di scontro ideologico che sembrava avere poco a che fare con le possibilità di aiuto alla persona.
Sia i sostenitori che i detrattori delle terapie riparative, attualmente,  sembrano  molto impegnati a marcare i rispettivi territori e ad acuire la divisione, invece di individuare percorsi più creativi e meno ideologici per sottrarsi alla trappola concettuale della “terapia ripartiva”. D’altronde, promuovere, almeno teoricamente, una scissione dell’integrità psichica dell’individuo, come le pratiche riparative aspirerebbero a fare, non può non produrre, a catena e specularmente, una scissione culturale e sociale. E’ evidente, infatti, che la confusione, il rumore e le divisioni che le terapie riparative producono in ambito culturale, sociale e politico, siano decisamente fuori proporzione rispetto allo scarso peso che hanno in ambito psicologico.
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Penso che le terapie riparative non abbiano alcuna efficacia: non scommetterei un centesimo sulla loro possibilità di incidere sull’orientamento sessuale delle persone e, di converso, non credo alla loro possibilità di creare danni reali. Gli studi condotti sino ad oggi sugli esiti “positivi” e sugli effetti nocivi non hanno prodotto risultati degni di attenzione: quel che si può certamente affermare è che le terapie riparative siano ingannevoli e inutili.  Piuttosto, a fare danno sono le cattive intenzioni – la mancanza di etica – di chi le pratica. E’ la bassa, a volte infima, qualità etica della relazione d’aiuto  che crea danno, non la terapia in sé. E’ la scarsa, a volte infima, qualità umana del professionista a creare danni, non qualche discutibile e forse inefficace strategia di modificazione del comportamento. La terapia aiuta principalmente attraverso la relazione con l’altro e, pertanto, è una cattiva intenzione – consapevole o inconsapevole – nella relazione con l’altro ad essere deleteria. Odiare o provare disgusto per l’omosessualità del proprio paziente (e/o per la propria) e, dunque, allearsi con la sua autodistruttività costituisce la causa reale dei problemi provocati dai riparatori, ben più che lo “strumentario” approntato per l’occasione.
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Ma, come si può intuire, la questione è ben più complessa ed ha una portata più vasta di ciò che, a prima vista, può essere suggerito dal tema della “riparazione”. La scarsa qualità etica della relazione e del professionista è un problema che va molto al di là del tema delle terapie riparative e persino delle stesse professioni d’aiuto. E’ significativo che, proprio in occasione del convegno sopra citato, solo uno psicologo e psicoterapeuta statunitense, Jack Dresher, abbia riassunto in una frase, rivolta ai giovani terapeuti, il senso reale dell’aiuto psicologico, della consulenza e della terapia: “Sono stato sorpreso nel sentire che lo scopo della terapia è di arrivare ad una “congruenza”. Questo mi ha sorpreso. Perché questo non è il mio obiettivo terapeutico. Lo scopo della psicoanalisi (ndr.: di qualsiasi terapia seria) è invece la tolleranza delle contraddizioni interne a noi stessi, dobbiamo imparare a vivere con le nostre contraddizioni, mentre l’unico modo per raggiungere la congruenza è rimuovere uno dei due aspetti di una contraddizione.”
Lo psicologo o lo psicoterapeuta non hanno l’obiettivo di eliminare una od entrambe le parti in conflitto all’interno di una persona: al contrario, il loro compito è quello di facilitare il dialogo fra le parti, di evitare, per lo meno, che le parti si ignorino e che, cristallizzandosi nelle loro posizioni, generino sintomi. Banalmente, l’obiettivo è integrare, non disintegrare; lo scopo non è risolvere conflitti, ma produrre movimento e dinamicità. Il cambiamento di comportamento del paziente è frutto di una sua libera scelta, non dell’intervento magico o “riparatore” del terapeuta. Lo scopo della terapia è di restituire al paziente il senso della sua libertà, della sua autonomia, della sua responsabilità e persino della sua creatività in relazione a ciò che è e a ciò che ha, non a “quel che avrebbe avuto se…” o a “quel che sarebbe stato se…”.
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E’ evidente, dunque, che dietro la proposta di conversione dell’orientamento sessuale ci sia non solo un chiaro imbroglio su ciò che la psicologia o la psicoterapia possono o non possono fare – ma gli studi scientifici certificano, paradossalmente, con l’assenza di prove, in un senso o in un altro, i limiti del potere terapeutico -, ma anche un problema ben più grave, che riguarda il sempre vivo e mai tramontato “modello medico” in ambito psicologico.
Il “delirio” – come definirlo altrimenti? – è che lo psicologo o lo psichiatra siano una sorta di “chirurghi” dell’anima, che tagliuzzano, estirpano, sradicano, asportano o, al contrario, inseriscono, iniettano, trapiantano, traumi, problemi, esperienze negative, tendenze, orientamenti, valori.  E quest’ultima è una bugia pure peggiore della prima.
Se l’inganno delle terapie riparative, infatti, per quanto grave, rimane comunque contenuto nell’ambito della popolazione gay e lesbica, la visione dell’operatore della salute psichica come il “dottore” dell’anima al quale è possibile rivolgersi perché “lui” faccia qualcosa e, dunque, cambi anche l’orientamento sessuale (ma potrebbe essere, come di fatto è, qualunque altra cosa “sgradita”) è una mistificazione culturale disastrosa e che sta all’origine della prima. Il raggiro consiste nel perpetuare l’illusione di una psicologia che, invece di restituire alle persone la responsabilità della propria vita e la libertà di scelta connaturata all’esistenza umana, propone un modello di aiuto fondato su una polarità soggetto-oggetto_di_cura, gerarchicamente organizzata – terapeuta up, paziente down – dove l’attenzione è concentrata sugli “strumenti” (le fantomatiche “terapie riparative”) o sul “sapere” dell’operatore e non sulla qualità della relazione e sulla sua “bontà” etica.
Il problema, insomma, va ben oltre le terapie riparative e investe il senso stesso delle professioni d’aiuto. Il quesito centrale non è se sia più o meno lecito, più o meno etico, modificare l’orientamento sessuale dei pazienti: una volta chiarito che questo non è possibile, la faccenda perde totalmente di interesse, almeno per la psicologia. La politica continua a sguazzarci dentro, come se solo negli scarti di tutto ciò che è autenticamente umano riuscisse a trovare una sua dimensione, ma non è affare questo che possa seriamente riguardare una professione già abbastanza vilipesa dagli schemi culturali correnti.
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Il punto è invece un altro: quale tipo di relazione di aiuto e di cura si vuole sviluppare? A quale modello si vuole fare riferimento? Si preferisce perpetuare l’inganno del “modello medico” o gli psicologi e gli psicoterapeuti nostrani vorranno finalmente riconoscere nel paziente un soggetto (e non un oggetto_di_cura) libero, autonomo e responsabile, capace di autodeterminarsi, con i suoi valori e le sue ideologie, le sue credenze e i suoi pregiudizi, e nella relazione di aiuto ciò che permette all’altro di essere pienamente ciò che è e non ciò che si vorrebbe (il terapeuta, la mamma, Freud, etc.) che fosse?
E’ possibile, insomma, una relazione di aiuto che smetta di ingannare e di auto ingannarsi, che rinunci alla verità standard valida per tutti e valorizzi, invece, la preziosità delle verità che ciascuno, con la sua testa e con il suo corpo, riesce a trovare?
Fabio Meloni – psicologo

Una firma contro la repressione in Uganda

February 17th, 2010 admin No comments

(da Piero Filotico)
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“Il Parlamento dell’Uganda sta per far passare una nuova legge brutale che prevede che gli omosessuali siano puniti con l’arresto o la pena di morte .

Iniziali critiche a livello internazionale hanno spinto il presidente a richiedere una revisione della legge. Ma dopo che lobby di estremisti ben finanziate hanno fatto pressione sembra che la proposta di legge stia per passare — minacciando persecuzioni e pene di morte.
L’opposizione alla proposta di legge sta crescendo, anche da parte della Chiesa Anglicana. Frank Mugisha, ugandese difensore dei diritti degli omossessuali scrive che Questa legge ci metterebbe in serio pericolo. Per favore, firmate la petizione e incoraggiate altri a mettersi dalla nostra parte – se ci sarà una enorme riposta a livello globale, il nostro governo si renderà conto che l’Uganda verrebbe isolata a livello internazionale per questa legge e la boccerebbe.
Dal momento che la decisione sarà presa nei prossimi giorni, soltanto un’ondata di pressione irresistibile a livello internazionale potrebbe salvare la vita di Frank e di molti altri. Diamo vita ad una imponente petizione per fermare questa legge che condannerebbe a morte gli omosessuali — clicca qui per dare il tuo contributo e poi inoltra questa email:

http://www.avaaz.org/it/uganda_rights_3/?vl

La petizione sarà consegnata al Presidente Museveni e al Parlamento alla fine di questa settimana da personaggi di rilievo della società civile ugandese e della Chiesa. I sostenitori della pena di morte hanno organizzato una marcia questa settimana, per cui le nostre voci devono sovrastare le loro!
La legge prevede l’ergastolo per chiunque sia riconosciuto colpevole di avere rapporti sessuali con individui dello stesso sesso e impone la pena di morte per i “recidivi”. I membri delle ONG che stanno lavorando per impedire la diffusione dell’AIDS potrebbero essere arrestati fino a 7 anni con l’accusa di “promuovere l’omosessualità”. Anche la gente comune potrebbe rischiare fino a tre anni di prigione per mancata dichiarazione di rapporti omosessuali alla polizia entro le 24 ore!
I difensori della proposta di legge sostengono che questa legge difende la cultura nazionale, ma le maggiori critiche alla legge vengono proprio dall’Uganda. Il Reverendo Canon Gideon Byamugisha – uno fra i tanti che ci hanno scritto – dice:

Viola le nostre culture, le nostre tradizioni e valori religiosi che invece ci insegnano a combattere l’intolleranza, l’ingiustizia, l’odio e la violenza. Abbiamo bisogno di leggi che proteggano le persone — non che le umiliino, ridicolizzino, perseguitino e le uccidano in massa.

Rifiutando questa pericolosa proposta di legge e associandoci alla forte opposizione contro di essa, possiamo contribuire a creare un importante precedente. Creiamo un forte sostegno per i difensori dei diritti umani in Uganda e salviamo delle vite fermando questa legge—firma adesso qui, poi coinvolgi i tuoi amici e familiari:

http://www.avaaz.org/it/uganda_rights_3/?vl

Con speranza e determinazione,

Alice, Ricken, Ben, Paul, Benjamin, Pascal, Raluca, Graziela e tutto il team di Avaaz

FONTI (INGLESE)

Lettera africana diretta al Presidente dell’Uganda perchè non approvi la proposta di legge Anti-omossessualità:
http://www.africafiles.org/article.asp?ID=22761

Un capo della Chiesa ugandese definisce la proposta di legge anti-gay come “genocida”:
http://www.guardian.co.uk/katine/2009/dec/04/gideon-byamugisha-homosexuality-bill

Valutazione dell ‘impatto della Bozza di Legge ugandese Anti-Omosessualità sui Diritti Umani, di Sylvia Tamale, Preside della Facoltà di Legge presso l ‘Università di Makerere, Uganda:
http://www.zeleza.com/blogging/african-affairs/human-rights-impact-assessment-ugandas-anti-homosexuality-bill-sylvia-tamal

CHI SIAMO
Avaaz.org è un’organizzazione non-profit e indipendente, che lavora con campagne di sensibilizzazione in modo che le opinioni e i valori dei popoli del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali. (Avaaz significa “voce” in molte lingue.) Avaaz non riceve fondi da governi o aziende ed è composta da un team internazionale di persone sparse tra Londra, Rio de Janeiro, New York, Parigi, Washington e Ginevra. +1 888 922 8229″

La “Salute dei Migranti” secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità

February 10th, 2010 admin No comments

I nostri giovani, così poco “aperti”

February 9th, 2010 admin No comments

Leggendo quà è la, mi è saltato all’occhio un articolo, del quale metto il link http://www.unita.it/news/italia/94249/immigrati_il_dei_giovani_contrario_alla_loro_presenza_in_italia

Sono rimasta perplessa, ed ancora sto riflettendo per cercare di capire come sia possibile che i nostri ragazzi siano diventati così poco aperti ed ostili nei confronti dell’altro..i media? la scuola? la famiglia?

Francesca Pacchini

Eluana, la vita non è solo respiro – di Chiara Lalli

February 9th, 2010 admin No comments

È passato un anno dalla morte di Eluana Englaro. Diciotto anni dall’incidente mortale. Due morti diverse, spesso coincidenti: quella della coscienza, la morte mentale o biografica; quella che ti fa smettere di pensare e capire e sentire. E quella del corpo, assoluta e totale. Due morti diverse se si accoglie la premessa che la vita biologica è una condizione necessaria ma non sufficiente per la vita personale. Due morti diverse: una fortuita e accidentale; l’altra voluta, rivendicata come libertà e diritto di scegliere. E il volere la morte è qualcosa che non si perdona. Perché la vita è sacra e sono tutti bravi a dirti che non te ne puoi liberare, salvo poi magari ripensarci qualora si sia direttamente coinvolti. Perché la vita è sacra e il tuo volere non conta nulla.

Certo Eluana Englaro, proprio a causa di quella prima morte, non era in grado di manifestare quel volere con la sua voce. Perché la voce non ce l’aveva più. La sua famiglia si è incaricata di farsene dolente interprete. E lo ha fatto pubblicamente, reclamando un diritto e rifiutando di risolvere la questione portandosela a casa, di nascosto, nell’ombra domestica. Si può essere d’accordo oppure preferire la via più comoda e privata, ma non si dovrebbero insultare i genitori di Eluana Englaro e le ragioni che li hanno spinti a percorrere questa strada. Eppure gli insulti sono ancora vivi nella memoria di molti. “Assassini”, forse, non è nemmeno quello più ripugnante.

La storia di Eluana Englaro è rimasta per anni abbastanza lontana dal clamore mediatico. Una ragazza in stato vegetativo e la sua famiglia che, dopo essersi resa conto che la condizione clinica era gravissima e irreversibile, ha deciso di rispettare quelli che sarebbero stati i suoi desideri. Nulla di straordinario: in Italia l’autodeterminazione è garantita. La difficoltà stava nel ricostruire la volontà passata di Eluana e inferire la sua presunta volontà attuale. Una ricostruzione condotta in base alle testimonianze di chi l’aveva conosciuta. Con un margine di arbitrarietà inevitabile, ma con una unica alternativa: non fare nulla.

Non ci si può illudere che non facendo nulla ci si immunizzi contro gli esiti immorali o si possano evitare sgradite conseguenze, come se fosse possibile ibernare le nostre esistenze in un limbo senza tempo e senza effetti. Non facendo nulla, infatti, si sarebbe deciso di continuare a nutrire Eluana tramite il sondino; si sarebbe scelto di non domandarsi cosa avrebbe desiderato lei, ci si sarebbe sottratti a una domanda impossibile ma doverosa. La viltà non è la soluzione. Negli ultimi anni il caso di Eluana Englaro è diventato uno dei ring in cui si combatte la battaglia tra paternalismo e autonomia; tra prepotenza e rispetto dei desideri degli individui; tra visioni del mondo inconciliabili, perché chi ha la presunzione di possedere la Verità non perde tempo ad ascoltare le “bugie” altrui. Chi ha la presunzione di possedere la Verità vuole donarcela, anche con la violenza. Per il nostro bene, si intende.

La morte di Eluana Englaro ha indurito i toni della discussione sulle direttive anticipate, esasperando l’ipocrisia e la prepotenza dei sedicenti difensori della “vita”, di quelli che l’hanno vissuta come una bruciante sconfitta e non come una legittima richiesta, senza pretesa di universalizzazione da parte della famiglia Englaro. Hanno cercato di appropriarsi del suo corpo e della sua vicenda per dimostrare di avere ragione, dimostrando soltanto di essere avvoltoi mascherati da buoni samaritani.

La carica dei paternalisti ha cavalcato l’emozione e gli umori per urlare “mai più omicidi di Stato!, mai più la crudeltà di far morire di fame e sete qualcuno!”. Le parole sono tanto più pesanti quanto più si è in mala fede. E non è solo per ragioni di coerenza (verrebbe da chiedere a queste persone di non contraddirsi, per esempio, nel fottersene della la pena di morte, nell’ignorare i tanti malati abbandonati o le migliaia di morti sul lavoro). Le ragioni sono anche quelle di una interpretazione corretta degli avvenimenti, a partire dalla possibilità – che è di ogni Paese civile – di decidere sulla nostra esistenza, almeno nei termini di non iniziare o di interrompere qualsiasi trattamento. Dalla insensatezza di usare espressioni come “morire di fame e di sete”, perché la coscienza di Eluana Englaro era stata annientata da quell’incidente. Dal dire che era una persona che avrebbe potuto “anche in ipotesi generare un figlio” – come se questo potesse implicare il dovere di tenerla in vita per contribuire alla prosecuzione della specie, magari con un accenno al patriottismo che non ci sta mai male quando si sente odore di servi e padroni. Pochi hanno taciuto, pochi si sono interrogati sulle volontà di Eluana.

Ho visto Eluana nel gennaio del 2008. Nella stanza della struttura di Lecco dove è stata ospitata per molti anni. Nella stessa struttura in cui, per una ironica sorte, era nata. In quella stanza con un letto, le foto e alcuni peluche. Oggetti stridenti con il presente: le foto sorridenti, una giovinezza spezzata, e i pupazzi come se avesse avuto 4 anni. Non scriverò di quello che ho visto e di come era Eluana Englaro, siamo stati già travolti dalla pornografia, anche quella in buona fede, quella per raccontare e far capire. Chi voleva capire e sapere ha avuto tempo per farlo. Scriverò solo che se fossi stata Eluana mi sarei molto incazzata. O più precisamente: guardandola ho pensato che se mi fossi trovata a vivere quella esperienza non avrei sopportato di essere ostaggio inerme della curiosità altrui. E che ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di decidere della propria vita e della propria morte – che può significare anche non decidere, questo è un ennesimo vantaggio della libertà: poter scegliere di rinunciarvi, poter far scegliere altri. Ma tenersela ben stretta se la si desidera. E ho pensato anche che la legge sulle direttive anticipate farà scempio di questa libertà, la irriderà e continuerà a chiamarla tale dopo averla sacrificata in nome della Vita. Come pretendere di far volare un gufo impagliato?

L’unica, amara, consolazione è che da quel gennaio 1992 Eluana Englaro non è stata più in grado di rendersi conto di quanto stava accadendo intorno a lei.

Chiara Lalli

Qui il post originale : http://www.chiaralalli.com/2010/02/eluana-la-vita-non-e-solo-respiro.html

Giornalettismo, 9 febbraio 2010

Le patologie cardiovascolari ed il diritto alla salute degli africani immigrati in Europa

February 8th, 2010 admin No comments

A bocce ferme: una considerazione sui fatti di Rosarno

January 28th, 2010 admin No comments
A bocce ferme (di Francesca Pacchini)
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Intervengo solo oggi con una considerazione sui fatti di Rosarno. Oggi che, a “bocce ferme”, a mente fredda ne possiamo parlare in maniera più pacata, provando magari anche a fare una riflessione di più largo respiro.
Che cosa è  accaduto con precisione non possiamo saperlo,  noi che viviamo a molti chilometri di distanza. Possiamo ricostruire i fatti dalla lettura dei giornali, da ciò che è stato detto anche alla televisione in quei giorni caldi degli scontri.
Più o meno le cose hanno avuto questa successione: circa millecinquecento persone di colore vivevano assiepate in masserie abbandonate, baracche, silos, nei dintorni di Rosarno. Senza luce. Senz’acqua. Senza diritti né dignità di esseri umani. Ogni giorno un “caporale” arrivava, se li prendeva, li raccoglieva come un robivecchi raccoglie degli stracci. E li portava a lavoro. Al freddo. O sotto il sole. Per otto, dieci, quattordici ore. Se il lavoro c’era. Altrimenti li lasciava là, nelle baracche o lungo le strade. A marcire ed ad aspettare. Ed il caporale poi si prendeva due terzi della paga da fame. Il resto serviva per l’”affitto” delle topaie dove questa povera gente dormiva. Per pagarsi qualcosa da mettere sotto i denti. Per un po’ d’acqua da bere. Sporchi e tristi stavano là, a spezzarsi la schiena. Ma dopotutto, pensava la gente, che cosa pretendono? Potevano stare a casa loro, se qui stanno male. Che importa se a casa loro c’è la guerra. Che importa se sono scappati da una dittatura feroce, o da una carestia che ti consuma, che ha ucciso molti nel tuo villaggio, se hai fratelli, moglie, figli, genitori laggiù in Africa. Se hanno attraversato il deserto, il mare, se hanno rischiato la loro vita in cambio della speranza. Che importa, pensava la gente. Non devono chiedere nulla. E poi ci rubano il lavoro, pensava la gente. E sono sporchi, maleducati. Non sono come noi.
E la ‘ndrangheta se li teneva stretti questi poveri cristi africani. Schiacciati sotto la morsa del ricatto del bisogno, della paura, della miseria. E ne faceva carne da lavoro, schiavi a basso costo per la raccolta delle arance, dei pomodori, o di ciò che in quel momento era necessario raccogliere.
Fino a che qualcuno di loro ha sentito di non farcela più. Ha protestato. Si è  lamentato con i compagni, qualcuno gli ha dato ragione. Le parole hanno corso, la protesta è salita. La rabbia è scoppiata e alcuni di loro, con mazze e spranghe è scesa in strada. Ha spaccato auto, cassonetti vetrine. Ha ferito una donna che passava per caso, mandandola in ospedale. E Rosarno è scesa in piazza per la controffensiva. La ‘ndrangheta è scesa in piazza per la controffensiva. Ed hanno picchiato i neri. Li hanno gambizzati. Hanno sparato. Hanno fatto capire chi comanda e chi deve piegare la testa ed obbedire. Sei nero: subisci come tutti. Le leggi della mafia calabrese sono chiare. E non si può dimenticare ciò che regge la società di tante zone del Sud. Che detta legge in zone come Castelvolturno, dove nel settembre 2008 la Camorra sparò. Ed uccise. Per insegnare. Per mettere bene in chiaro che lì lo Stato non c’è. L’unico Stato, l’unico che conta, sono loro. I boss, i padrini, o in qualunque modo si chiamino.
Ed è  questo il punto: in alcune parti d’Italia lo Stato non c’è. Ha delegato. Si è ritirato.
Ci sono dei pizzini che parlano. Lo Stato si è ritirato non per debolezza ma per scelta. Per comodità. Per assicurarsi voti sicuri e controllo del territorio. Perché forse mafia, camorra, ‘ndrangheta adesso sono nello Stato. Forse. Si dice. Si teme. Dopo il novantaquattro hanno vinto davvero loro? Forse non lo sapremo mai.
E noi cittadini “normali”, che viviamo nelle nostre case calde, che abbiamo luce, acqua, e tutto ciò che l’essere nati in questo ricco paese comporta (ricco si, se lo guardiamo con gli occhi di un immigrato) che cosa facciamo? Guardiamo a questi fatti come normalità. Ci indigniamo se protestano. Votiamo sempre di più per la Lega, che grida contro di loro, che sbraita verso il “diverso”, e che si affretta a “condonare” le badanti e le colf, altrimenti a chi lasciamo i nostri anziani, a chi facciamo pulire le nostre case?
Li usiamo e li buttiamo. Basta che spariscano dopo che hanno lavorato per noi. Che non salgono sui nostri autobus. Che non mandino i loro figli nelle nostre scuole. Che non vengano a curarsi nei nostri ospedali. Che non abitino nella nostra via.
Ma che cosa siamo diventati? Chi siamo oggi noi italiani? Siamo davvero un popolo che non vede e non sente, che non si interessa, che lascia fare purché  non si intacchi l’interesse personale?
Io credo di no. Non tutti sono così. Accanto all’egoismo, all’arrivismo, al mito del denaro facile, della velina disponibile e del tronista belloccio, al coro del “non mi riguarda” il cuore di un’Italia diversa batte ancora. E ancora crede in una società più giusta, accogliente, solidale. In una società pulita, senza mafie, senza falsi valori. Che guarda all’immigrato senza pregiudizio né odio. E non teme la diversità, qualunque essa sia: di pelle, di religione, di orientamento sessuale. Ma questa Italia ha poco spazio, poco modo di esprimersi ma vive ed è presente. Dobbiamo soltanto darle voce, darle fiato. Alimentiamo ciò che di buono abbiamo in noi.
“I hope someday You will join us” diceva John Lennon “and the world will be as one”…Facciamo che sia così. Una volta per tutte.

Francesca Pacchini

(foto di Carlo Traina)

Laicitaediritti.org sostiene IGNAZIO MARINO

August 8th, 2009 admin No comments
Il nostro progetto di approfondimento e divulgazione delle tematiche relative a bioetica e diritti civili è temporaneamente sospeso, non per mancanza di idee o di interesse, ma perchè tutti noi  siamo impegnati come volontari nella campagna a sostegno della candidatura del Senatore Ignazio Marino a Segretario del Partito Democratico.  Non appena terminato il periodo Congressuale torneremo ad affrontare ogni argomento che ci eravamo proposti, ripartendo esattamente da dove avevamo lasciato.

Il nostro gruppo ha deciso all’unanimità di sostenere la candidatura di Ignazio Marino a Segretario del Partito Democratico perché è l’unico candidato che abbia inserito nel proprio programma, in modo preciso ed inequivocabile, la tutela dei diritti di ciascuno e che ritenga che la laicità debba essere considerata come un metodo, attraverso il quale ogni questione venga affrontata con la massima obiettività, tenendo presente il bene di tutti e non quello di una singola parte, in modo che le libertà e i diritti di ogni cittadino siano tutelate, senza distinzione di sesso, razza, opinioni politiche, orientamento sessuale, ecc…principio già sancito dall’articolo 3 della nostra costituzione, ma che tutt’oggi non trova ancora piena applicazione. Per questo consideriamo il nostro impegno a favore del senatore una prosecuzione del progetto iniziale, in quanto l’affermazione di Marino, tra le altre cose, renderebbe più facile per noi tutti, sensibilizzare in primis iscritti e simpatizzanti del PD, ma anche i cittadini sostenitori di altre formazioni politiche, nei confronti delle questioni che ci stanno a cuore.

Gruppo Laicita e Diritti

Omogenitorialità, l’ultimo tabù

July 12th, 2009 admin No comments

lisa-marie-01

[ Disegno di Lisa Marie ]

( di Marta Traina) Ieri sera alla festa democratica si è parlato di omogenitorialità: l’occasione era la presentazione del libro di Chiara Lalli: “Buoni genitori, storie di mamme e di papà gay” (Ed. il Saggiatore)
C’era parecchia gente a Rinascita: alcuni semplici curiosi di passaggio rimasti ad ascoltare, gay, lesbiche, eterosessuali, bambini tra le braccia di una delle loro due mamme o nel passeggino spinti dai loro due papà.  Ieri sera, alla festa democratica, si è parlato, finalmente, di una realtà reale,  e viene spontaneo riflettere.
Ricordo la prima volta che ho pensato a due omosessuali genitori. Non sono stata affatto originale e mi sono detta: “bè, per il matrimonio non vedo alcun problema ma adottare un bambino, no. La società non è pronta”. Il mio inconscio, senza un’analisi concreta e profonda aveva deciso, dall’alto della sua (in)esperienza, che una famiglia con due papà o due mamme non fosse una famiglia idonea a crescere un figlio. Secondo quale criterio oggettivo? Nessuno. Semplicemente forte di convinzioni senza fondamento scientifico o empirico. Scrivo del mio primo incontro con l’argomento perché comprendo io stessa la difficoltà ad affrontare una questione tanto “inzuppata”di pregiudizi e false credenze. Una realtà per molti versi sconosciuta e lontana ma che vale la pena approfondire e osservare. D’altronde, ci hanno insegnato a definire normale una società canonicamente tradizionale e a considerare devianza ciò che non rientra nei confini di quel mondo artificialmente costruito e definito “naturale”. Negli ultimi mesi, complice la lettura del libro e l’interessamento alla vicenda, mi sono documentata molto sul tema e ho scoperto che non si parla di “aria fritta”: l’omogenitorialità non è in via di sperimentazione, è una realtà da anni studiata, soprattutto vissuta ma poco raccontata. Allora mi chiedo: quanti di noi sanno chi sono le Famiglie Arcobaleno? quanti di noi sanno che in America non sono pochi i figli cresciuti da due mamme o da due papà, oggi uomini e donne, che non hanno minimamente risentito di una “differenza” vista solo da occhi poco attenti, esterni, direi estranei?
Mentre scrivo omogenitorialità word sottolinea il termine con la consueta “linea rossa”: non è nel suo vocabolario, è una parola “sconosciuta” come lo è la realtà che vi è dietro. Il più grande nemico di quella che definiscono “diversità” è l’ignoranza, intesa nell’accezione letterale: ciò che è ignorato. Abbiamo paura, siamo perplessi verso ciò che non conosciamo e che, di conseguenza non sappiamo “catalogare”, “spiegare”, “rinchiudere” in preconfezionati e rassicuranti contenitori di definizioni. E, poiché i confini di tali categorie sono fissi, difficilmente mutabili, si tende a inserire tutto ciò che non vi rientra in un’altra scatola che chiamiamo “anormalità”.
Cito Jervis:  “l giudizio di anormalità, dato che si tratta sostanzialmente di un giudizio, non di una caratteristica intrinseca è in larga misura legato alla nostra difficoltà a capire e a accettare qualcosa che ci appare non soltanto eccezionale, ma anche inquietante”. L’equazione: sconosciuto = inquietante è ben sottolineata e ampliamente documentabile. Per questo ben vengano dibattiti, “scazzottate verbali” se necessarie, richieste di chiarificazione. Ben venga la curiosità anche se accompagnata dalla perplessità. Ben vengano le chiacchierate con le Famiglie Arcobaleno, con una donna che tenta di avere un figlio con la sua compagna e non si sente “contro natura” perchè a darle la forza è l’amore per chi verrà e per chi le è accanto.
C’è bisogno che ognuno di noi faccia uno sforzo, che gli uni e gli altri si spoglino delle proprie convinzioni, restino nudi o provino a mettersi nei panni degli altri. Proviamo ad aprire un varco, a scostare la tendina e a gettare uno sguardo nella camera dei bambini mentre una mamma prepara il latte e l’altra racconta una favola. Mettiamo al centro il bambino e pretendiamo che i genitori diano lui amore, qualunque sia il loro sesso. Perché il bambino –ed è la scienza a sostenerlo- è molto più avanti della politica.

Marta Traina