Le terapie riparative sono un’assurdità per almeno tre aspetti: il primo è che nell’omosessualità non vi è nulla da riparare, se non, a volte, il dolore e la disperazione provocati dal rifiuto e dal disprezzo, proprio e altrui. Il secondo è che il “danno”, di cui parlano i riparatori, presuppone una rigida linearità dello sviluppo psichico, uguale per tutti, in ragione della quale ogni deviazione dalla “norma” costituisce un guasto da riparare. Eppure, non solo la pretesa universalità di tale sviluppo è tutta da dimostrare ma, quando anche venisse comprovata, e lasciando per un momento da parte l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rimarrebbe certamente da spiegare perché la deviazione costituisca una patologia da curare. La psicologia evoluzionistica, ad esempio, molto recentemente ha elaborato alcuni modelli matematici che spiegano l’origine evoluzionistica ed il mantenimento dell’omosessualità maschile tra gli esseri umani: l’ipotesi di fondo è quella di una selezione sessualmente antagonista che avvantaggia un sesso e svantaggia l’altro (Camperio Ciani, Cermelli, Zanzotto, 2008; Iemmola, Camperio Ciani, 2009). Il terzo aspetto è legato al fatto che nessuno psicologo o psichiatra ha il potere di “riparare” alcunché, quando anche ci fosse un danno, e non (solo) perché ciò sia scorretto o immorale ma proprio perché, concretamente, non è possibile. Chiunque lo faccia credere si avvicina più alla ciarlataneria o alla magia che alla cura e all’aiuto alle persone. Nel convegno svoltosi alcuni mesi fa a Roma su omosessualità e terapie riparative, mi è parso che quasi tutti i relatori condividessero, in fondo, questo “delirio di onnipotenza” sul ruolo del terapeuta, col risultato di trasformare un’occasione di incontro sulle potenzialità della psicologia e della psicoterapia, in un ring di scontro ideologico che sembrava avere poco a che fare con le possibilità di aiuto alla persona.
Sia i sostenitori che i detrattori delle terapie riparative, attualmente, sembrano molto impegnati a marcare i rispettivi territori e ad acuire la divisione, invece di individuare percorsi più creativi e meno ideologici per sottrarsi alla trappola concettuale della “terapia ripartiva”. D’altronde, promuovere, almeno teoricamente, una scissione dell’integrità psichica dell’individuo, come le pratiche riparative aspirerebbero a fare, non può non produrre, a catena e specularmente, una scissione culturale e sociale. E’ evidente, infatti, che la confusione, il rumore e le divisioni che le terapie riparative producono in ambito culturale, sociale e politico, siano decisamente fuori proporzione rispetto allo scarso peso che hanno in ambito psicologico.
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Penso che le terapie riparative non abbiano alcuna efficacia: non scommetterei un centesimo sulla loro possibilità di incidere sull’orientamento sessuale delle persone e, di converso, non credo alla loro possibilità di creare danni reali. Gli studi condotti sino ad oggi sugli esiti “positivi” e sugli effetti nocivi non hanno prodotto risultati degni di attenzione: quel che si può certamente affermare è che le terapie riparative siano ingannevoli e inutili. Piuttosto, a fare danno sono le cattive intenzioni – la mancanza di etica – di chi le pratica. E’ la bassa, a volte infima, qualità etica della relazione d’aiuto che crea danno, non la terapia in sé. E’ la scarsa, a volte infima, qualità umana del professionista a creare danni, non qualche discutibile e forse inefficace strategia di modificazione del comportamento. La terapia aiuta principalmente attraverso la relazione con l’altro e, pertanto, è una cattiva intenzione – consapevole o inconsapevole – nella relazione con l’altro ad essere deleteria. Odiare o provare disgusto per l’omosessualità del proprio paziente (e/o per la propria) e, dunque, allearsi con la sua autodistruttività costituisce la causa reale dei problemi provocati dai riparatori, ben più che lo “strumentario” approntato per l’occasione.
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Ma, come si può intuire, la questione è ben più complessa ed ha una portata più vasta di ciò che, a prima vista, può essere suggerito dal tema della “riparazione”. La scarsa qualità etica della relazione e del professionista è un problema che va molto al di là del tema delle terapie riparative e persino delle stesse professioni d’aiuto. E’ significativo che, proprio in occasione del convegno sopra citato, solo uno psicologo e psicoterapeuta statunitense, Jack Dresher, abbia riassunto in una frase, rivolta ai giovani terapeuti, il senso reale dell’aiuto psicologico, della consulenza e della terapia: “Sono stato sorpreso nel sentire che lo scopo della terapia è di arrivare ad una “congruenza”. Questo mi ha sorpreso. Perché questo non è il mio obiettivo terapeutico. Lo scopo della psicoanalisi (ndr.: di qualsiasi terapia seria) è invece la tolleranza delle contraddizioni interne a noi stessi, dobbiamo imparare a vivere con le nostre contraddizioni, mentre l’unico modo per raggiungere la congruenza è rimuovere uno dei due aspetti di una contraddizione.”
Lo psicologo o lo psicoterapeuta non hanno l’obiettivo di eliminare una od entrambe le parti in conflitto all’interno di una persona: al contrario, il loro compito è quello di facilitare il dialogo fra le parti, di evitare, per lo meno, che le parti si ignorino e che, cristallizzandosi nelle loro posizioni, generino sintomi. Banalmente, l’obiettivo è integrare, non disintegrare; lo scopo non è risolvere conflitti, ma produrre movimento e dinamicità. Il cambiamento di comportamento del paziente è frutto di una sua libera scelta, non dell’intervento magico o “riparatore” del terapeuta. Lo scopo della terapia è di restituire al paziente il senso della sua libertà, della sua autonomia, della sua responsabilità e persino della sua creatività in relazione a ciò che è e a ciò che ha, non a “quel che avrebbe avuto se…” o a “quel che sarebbe stato se…”.
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E’ evidente, dunque, che dietro la proposta di conversione dell’orientamento sessuale ci sia non solo un chiaro imbroglio su ciò che la psicologia o la psicoterapia possono o non possono fare – ma gli studi scientifici certificano, paradossalmente, con l’assenza di prove, in un senso o in un altro, i limiti del potere terapeutico -, ma anche un problema ben più grave, che riguarda il sempre vivo e mai tramontato “modello medico” in ambito psicologico.
Il “delirio” – come definirlo altrimenti? – è che lo psicologo o lo psichiatra siano una sorta di “chirurghi” dell’anima, che tagliuzzano, estirpano, sradicano, asportano o, al contrario, inseriscono, iniettano, trapiantano, traumi, problemi, esperienze negative, tendenze, orientamenti, valori. E quest’ultima è una bugia pure peggiore della prima.
Se l’inganno delle terapie riparative, infatti, per quanto grave, rimane comunque contenuto nell’ambito della popolazione gay e lesbica, la visione dell’operatore della salute psichica come il “dottore” dell’anima al quale è possibile rivolgersi perché “lui” faccia qualcosa e, dunque, cambi anche l’orientamento sessuale (ma potrebbe essere, come di fatto è, qualunque altra cosa “sgradita”) è una mistificazione culturale disastrosa e che sta all’origine della prima. Il raggiro consiste nel perpetuare l’illusione di una psicologia che, invece di restituire alle persone la responsabilità della propria vita e la libertà di scelta connaturata all’esistenza umana, propone un modello di aiuto fondato su una polarità soggetto-oggetto_di_cura, gerarchicamente organizzata – terapeuta up, paziente down – dove l’attenzione è concentrata sugli “strumenti” (le fantomatiche “terapie riparative”) o sul “sapere” dell’operatore e non sulla qualità della relazione e sulla sua “bontà” etica.
Il problema, insomma, va ben oltre le terapie riparative e investe il senso stesso delle professioni d’aiuto. Il quesito centrale non è se sia più o meno lecito, più o meno etico, modificare l’orientamento sessuale dei pazienti: una volta chiarito che questo non è possibile, la faccenda perde totalmente di interesse, almeno per la psicologia. La politica continua a sguazzarci dentro, come se solo negli scarti di tutto ciò che è autenticamente umano riuscisse a trovare una sua dimensione, ma non è affare questo che possa seriamente riguardare una professione già abbastanza vilipesa dagli schemi culturali correnti.
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Il punto è invece un altro: quale tipo di relazione di aiuto e di cura si vuole sviluppare? A quale modello si vuole fare riferimento? Si preferisce perpetuare l’inganno del “modello medico” o gli psicologi e gli psicoterapeuti nostrani vorranno finalmente riconoscere nel paziente un soggetto (e non un oggetto_di_cura) libero, autonomo e responsabile, capace di autodeterminarsi, con i suoi valori e le sue ideologie, le sue credenze e i suoi pregiudizi, e nella relazione di aiuto ciò che permette all’altro di essere pienamente ciò che è e non ciò che si vorrebbe (il terapeuta, la mamma, Freud, etc.) che fosse?
E’ possibile, insomma, una relazione di aiuto che smetta di ingannare e di auto ingannarsi, che rinunci alla verità standard valida per tutti e valorizzi, invece, la preziosità delle verità che ciascuno, con la sua testa e con il suo corpo, riesce a trovare?
Fabio Meloni – psicologo
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